Uomini&Business - Direttore Giuseppe Turani

Rita / La ragazzina antimafia

La mafia le ammazza prima il padre mafioso e poi il fratello, anche lui membro di una cosca. Alla fine lei denuncia tutti.

di Giuseppe Turani |



Quello che colpisce nelle fotografie che sono rimaste di lei, non ancora ventenne, è lo sguardo: profondo, intelligente, indagatore, ma anche sorridente, aperto alla vita. Cosa che invece non sarà. Di fatto non avrà una vita. E, a ben guardare, nemmeno una morte. Al funerale non andrà nessuno del suo paese, solo il prete. La madre, prima l’ha rinnegata, poi, non contenta, ha preso a martellate la lapide della sua tomba, distruggendola. E ha distrutto anche la fotografia che la ricordava nella meraviglia dei suoi diciotto anni.

Rita Atria nasce senza fortuna, a Partanna, in una famiglia di mafiosi, in un paese di mafiosi. Mafioso è il padre, Vito, e anche il fratello adorato, Nicola.

Il padre viene ammazzato che lei è ancora una bambina, ha appena 11 anni. Sembra che non avesse capito abbastanza in fretta che il mondo stava cambiando e che ormai esisteva il grande business della droga. Liquidato. Rita rimane a lungo davanti al cadavere del padre, e probabilmente lì scatta qualcosa. E’ in quel momento che matura in lei l’avversione per la mafia, i suoi riti, i suoi traffici e le sue abitudini. La madre si è chiusa in in silenzio totale e non le è di alcun conforto. E non denuncia nessuno.

Alla ricerca di qualche affetto familiare Rita si affeziona moltissimo al fratello Nicola, purtroppo mafioso anche lui. E’ il parente più prossimo disposto a ascoltarla, a farle un po’ di compagnia. E’ il fratello maggiore al quale guarda una ragazza che ha da poco passato i quindici anni.

Rita, però, è una bella ragazza, è giovane e vorrebbe vivere. Infatti si fidanza con un ragazzo del suo paese. E tutto sembra procedere per il meglio. Ma solo per qualche mese. Fino al 24 giugno del 1991, quando lei ha appena 17 anni, anche il fratello Nicola viene liquidato, ammazzato dalla sua stessa cosca. Nuovo dolore, ma anche una novità. Esplosiva.

Se la madre era rimasta in silenzio davanti all’uccisione del marito, la moglie di Nicola, Piera Aprile, perde invece la pazienza. Va dai magistrati e spiega esattamente chi era suo marito, cosa faceva  e chi erano i suoi amici. Parte quindi una prima ondata di arresti.

Le conseguenze sono pesanti. La signora Aprile e i suoi figli devono essere trasferiti in località segreta dai magistrati e Rita non ha più nessuno a Partanna con cui parlare. Il fidanzato l’ha piantata ritenendola persona non affidabile, troppo amica della “traditrice” Piera, che intanto la cosca sta cercando per regolare i conti. Non trovandola, si arrabbiano sempre di più. La madre la rinnega pubblicamente. Fra la figlia e l’omertà sceglie la seconda strada. Non vuole essere associata a quella figlia ribelle.

E quindi Rita, a 17 anni, si ritrova a Partanna, terra di mafiosi, senza un solo amico o una sola persona cara a cui rivolgersi. E guardata con sospetto da tutti, compresa la madre. Di fatto è un’appestata, un’estranea nel suo stesso paese.

Allora fa quello che nessuno si sarebbe mai aspettato da una ragazzina come lei. In qualche modo raggiunge Marsala, va in tribunale e chiede di poter parlare con un magistrato. Sia pure molto meravigliati e con un po’ di sconcerto, data la sua giovane età, gliene trovano uno. Ma non si aspettano niente. “Sarà una che ha perso il fidanzato”, commentano gli uscieri ai quali si è rivolta.

Le trovano comunque un magistrato disposto a ascoltarla. La sorte vuole che finisca davanti al magistrato giusto e molto attento: si tratta infatti di Paolo Borsellino, che allora faceva il pm a Marsala, appunto. Borsellino non è solo un magistrato abile e inflessibile,  è anche una persona ricca di umanità. Anche lui, comunque, comincia a ascoltare Rita con qualche perplessità: è poco più di una bambina.

Ma la ragazza si siede davanti a lui e con grande calma comincia a raccontare tutto quello che sa sulla mafia di Partanna e di altri posti collegati, compresa Marsala. Si rivela una sorta di enciclopedia vivente del mondo delle cosche. E’ giovanissima, ma in casa ha ascoltato tutto per anni e quindi sa ogni cosa.

Borsellino  mette insieme le informazioni avute a suo tempo da Piera e adesso quelle di Rita e comincia a menare fendenti sulla mafia di Partanna, ma anche di Sciacca e di Marsala. Partono gli ordini di arresto e nei guai finisce anche un importante politico locale, per anni sindaco proprio di Partanna.

Fra il magistrato e Rita si stabilisce un rapporto del genere padre e figlia. Lei non ha più nessuno e Borsellino è la sua vita, è l’uomo che forse potrà renderle giustizia e restituirle la voglia e la possibilità di vivere. Borsellino diventa il suo presente e il suo futuro.

Lui, però è anche un pm che conosce benissimo la mafia e il proprio mestiere. E quindi come prima cosa fa sparire Rita. Per riuscirci deve anche forzare un po’ regolamenti e leggi. Rita non è una pentita di mafia: non ha mai commesso alcun reato e quindi non ha nulla di cui pentirsi. E’ semplicemente una “testimone di giustizia”. Ma questa figura verrà  riconosciuta dalla legge, e regolamentata, solo dieci anni dopo la morte di Rita.

Borsellino, comunque, riesce a nascondere Rita e a salvarle vita, così almeno crede. La nasconde a Roma, in un palazzo di via Amelia, in un appartamento al settimo piano. Per mesi e mesi Rita vive isolata da tutti. Non vedrà nessuno, soprattutto non vedrà e non sentirà sua madre. Vive come una prigioniera nell’appartamento di via Amelia a Roma. Anche i contatti con Borsellino saranno pochi e molto prudenti, giustificati solo dalle esigenze investigative e processuali.

Ma il 19 luglio del 1992 c’è la strage di via d’Amelio a Palermo: Borsellino e tutti gli uomini della sua scorta vengono uccisi.

Rita, che non ha ancora 18 anni, adesso è davvero sola. Aveva trovato un padre, ma glielo hanno ucciso, come il primo. La sua forza, che l’aveva portata a denunciare le cosche, si spezza.

Una settimana dopo l’attentato di via d’Amelio, si getta dalla finestra del suo appartamento al settimo piano di via Amelia a Roma e chiude così la sua esistenza.

(Dal "Quotidiano Nazionale" del 5 giugno 2016)