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Marcella, l'angelo di Regina Coeli

Staffetta partigiana, fa scappare dal carcere romano Saragat e Pertini.

di Giuseppe Turani |



A lei, una sorridente signora romana scomparsa nel 2001, si deve se almeno un paio di futuri presidenti della Repubblica italiana non sono  stati fucilati nel 1943. Nell’impresa è stata aiutata da due futuri ministri. Lo Stato italiano l’ha ringraziata con una croce d’argento al valor militare. Ma per il resto è stata dimenticata, come è capitato a molti semplici eroi della Resistenza. E lei non ha trafficato per diventare senatrice o altro. Nel 1943 è uscita dall’ombra per compiere un’impresa memorabile. E poi vi è rientrata, quasi senza lasciare tracce.

Marcella Ficca Monaco, insieme a Giuliano Vassalli (poi ministro della Giustizia e presidente della Corte costituzionale) e a Massimo Severo Giannini (ministro della organizzazione della pubblica amministrazione) ha giocato alle SS che occupavano Roma una beffa straordinaria: ha fatto fuggire dal sorvegliatissimo carcere di Regina Coeli Sandro Pertini e Giuseppe Saragat, più altri cinque partigiani.

Pertini, dopo la fuga, si dirige verso Milano, dove il 24 aprile 1945, a nome dell’intero Clnai proclama per il giorno dopo l’insurrezione della città e lancia l’ultimatum alle forze avversarie: “Arrendersi o perire”. Sempre in quella stessa riunione del Clnai, a casa della staffetta partigiana e futura senatrice Lina Merlin, viene decisa l’immediata fucilazione dei massimi gerarchi fascisti, appena saranno catturati (Mussolini compreso).

Nel 1943 a Roma Marcella è una bella signora, di nemmeno trent’anni,  sposata con un medico, con due figli. Una brava e tranquilla borghese, si direbbe. Invece fa la moglie, ma anche la staffetta partigiana, addetta al trasporto di armi e all’aiuto ai feriti o ricercati. I ricercati li ricovera nella casa più sicura di Roma, la sua, in via della Lungara 28B. E già in questo si intravede un filo di ironia che poi accompagnerà tutta la vicenda. Via della Lungara 28B è esattamente l’indirizzo del carcere di Regina Coeli, l’ultimo posto in cui le SS andrebbero mai a cercare un fuggitivo.

Marcella abita dentro il carcere più famoso della città perché è la moglie del medico dello stesso carcere, Alfredo Monaco. Entrambi sono socialisti e entrambi sono in contatto con i membri della resistenza, soprattutto con quelli delle Brigate Matteotti.

Nell’ottobre del 1943 Pertini e Saragat mentre sono a una riunione politica vengono arrestati dalle SS, portati in via Tasso e infine trasferiti a Regina Coeli nel reparto tedesco, e condannati a morte. I dirigenti dello Psiup (il partito socialista di allora), appena informati del duplice arresto, studiano un piano per liberarli. All’elaborazione del piano partecipano Marcella e due futuri esponenti di spicco della politica italiana: Giuliano Vassalli e Filippo Lupis.
La prima mossa è quella di far trasferire i prigionieri dal settore tedesco a quello italiano del carcere. E l’operazione riesce grazie a un cancelliere del tribunale (aderente alla resistenza) che produce documenti falsi.

Testimoni  dell’epoca raccontano del terribile carattere di Pertini (già allora). Quando entra in carcere pretende che gli diano subito la divisa di carcerato: “E’ un mio diritto”, grida. Dal quel momento i secondini saranno sempre in soggezione davanti a lui: “Conosce il regolamento meglio di noi”, si lamenteranno. Pertini tiene molto al suo aspetto e quindi alla sera, come insegnano i militari, mette i pantaloni della divisa da carcerato sotto il materasso perché abbiano sempre una piega impeccabile. Prigioniero, ma con dignità: questo è l’obiettivo.

In carcere, insieme ai due futuri presidenti,  ci sono altri cinque partigiani, tutti candidati alla fucilazione. E quindi bisogna sbrigarsi. All’arrivo del coprifuoco serale nessuno va più da nessuna parte. E la mattina dopo tutti possono trovarsi davanti al plotone d’esecuzione. Pertini, però, si intestardisce e pone una condizione a Marcella, che tiene i collegamenti con i carcerati: da Regina Coeli devono fuggire tutti e sette. Non si può lasciare indietro nessuno. Non è etico e non è politico. 

L’operazione che porterà alla loro liberazione, rivista con il senno di poi, è complessa, ma non tanto. E c’è un aspetto teatrale molto italiano. Marcella procura delle carte del carcere. Vassalli e Massimo Severo Giannini attraverso i loro amici in tribunale preparano sette ordini di scarcerazione immediata (falsi) e li spediscono a Regina Coeli. Sanno però che non bastano quelle carte. Per i politici più noti, Pertini e Saragat, serve altro. E così hanno un colpo di genio quasi da commedia dell’arte: telefonano ai responsabili del carcere e ordinano di fare in fretta, disposizioni delle autorità. A fare quella famosa telefonata, a cui i prigionieri, compresi i due futuri presidenti, devono la vita, sembra, secondo alcune fonti, che sia stato Filippo Lupis, che ha un bellissimo accento meridionale e che si qualifica come commendatore, questore di Roma. Con lui c’è Luciano Ficca, fratello di Marcella e membro delle Brigate Matteotti. Secondo altre fonti, a telefonare sarebbe stata la stessa Marcella, qualificandosi come segretaria del questore.

L’operazione riesce. Mezz’ora prima del coprifuoco i prigionieri vengono tutti scarcerati. Gli altri cinque si dileguano nella città, e si rifugiano dai loro amici partigiani. Pertini e Saragat, invece, non sanno bene dove andare. E quindi rientrano nel carcere, questa volta però a casa di Marcella.

La mattina dopo si organizza una fuga e Pertini e Saragat lasciano l’appartamento.

Le SS hanno però dei sospetti, alla fine. E capiscono che la moglie del medico deve aver giocato un ruolo in quella spettacolare fuga di sette prigionieri, tutti insieme. Quindi Marcella finisce sull’elenco di quelli da arrestare. I militari tedeschi, armati, circondano la sua casa. Ma Marcella, benché malata e senza mezzi di sostentamento, è già fuggita. Sistema i due figli, uno dei sei anni e l’altro di due, presso istituti religiosi del Vaticano e si dà alla clandestinità fino alla liberazione di Roma, nel giugno del 1944.

Finita la guerra, riceve la sua medaglia d’argento e torna a fare la moglie e la madre. E nessuno sentirà più parlare di lei.

Saragat diventerà presidente della Repubblica nel 1964. E Pertini nel 1978.

(Dal "Quotidiano Nazionale" dell'8 maggio 2016)