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Sylvia, la migliore

"Se gli israeliani sapessero che cosa ha fatto, andrebbero a mettere fiori sulla sua tomba due volte alla settimana".  "Peccato che non ce ne siano altre come lei".

di Giuseppe Turani |



Nel febbraio del 2005 un lungo corteo di auto, a fari spenti, percorre la strada che porta al cimitero del kibbutz Ramat Hakovesh, nel centro di Israele. Tutta l’area è fortemente presidiata dall’esercito e dagli uomini del Mossad, il servizio segreto. Dentro le auto ci sono infatti le massime autorità del paese e dello stesso Mossad. E’ il secondo funerale di Sylvia Raphael. Lei è morta in Sud Africa, la sua salma è stata cremata, ma le ceneri, per sua espressa volontà, saranno sistemate nel cimitero del kibbutz.

Quasi nessuno, né allora né dopo, sa chi sia Sylvia e il perché di quel funerale imponente. L’ex direttore del Mossad, che l’ha avuta alle sue dipendenze, però, ha le idee chiare: “E’ un peccato che non ce ne sia altri come lei”.

Più tardi un giornalista che ha lavorato per il governo israeliano sarà un po’ più esplicito: “Non era fra i migliori, era la migliore”. E, ancora: “Non posso dirvi niente di quello che ha fatto. Se i cittadini israeliani sapessero, andrebbero a deporre fiori sulla sua tomba due volte alla settimana”.

Sylvia nasce nel 1937 in Sud Africa. E non è nemmeno ebrea del tutto: solo il padre, la madre infatti è protestante. Ma lei decide che Israele sarà la sua vera patria. Ci va nel 1963, e vive in un kibbutz, dove fa l’insegnante. Poi si sposta a Tel Aviv. La leggenda dice che sarebbe stata reclutata in un bar da un ufficiale del Mossad, anche se è più probabile che sia stata selezionata attraverso un metodo più standard. In effetti lei appare come l’agente ideale: è  bella, è sveglia, è coraggiosa, è simpatica, si muove con disinvoltura in ogni ambiente.

La mettono nel reparto 188, quello che deve fare le operazioni all’estero. Finito il corso, ha la qualifica di “combattant”, il massimo, quelli con l’autorizzazione a operare in paesi ostili. Il lavoro che hanno in mente per lei farebbe tremare i polsi a chiunque: pochi mesi prima i siriani hanno impiccato un agente israeliano, che forniva notizie dal quel mondo. Bisogna introdurre un’altra persona in grado di arrivare vicino ai palestinesi e scoprirne i segreti.

Dopo il corso, Sylvia viene spedita in Canada per costruirsi una nuova identità. Passano sei mesi e rientra in Medioriente come Patricia Roxburgh, fotoreporter canadese. Piace a tutti e diventa molti amica sia degli uomini dell’Olp (l’organizzazione di Arafat) che dei siriani. Anzi, si racconta che un alto funzionario siriano (un po’ affascinato) l’avrebbe accompagnata in un lungo giro per il paese, illustrandole le varie strutture difensive, senza sapere che stava parlando con una spia israeliana.

Insomma, Sylvia è perfetta e rovescia sul Mossad per lunghi anni una quantità incredibile di informazioni, direttamente dal mondo degli avversari. Nessuno sospetta di quella bella e simpatica fotoreporter canadese.

I guai cominciano nell’estate del 1972, durante le olimpiadi di Monaco di Baviera, quando un commando di Settembre nero (organizzazione terroristica palestinese) sequestra e uccide tutti gli atleti israeliani che partecipano alla manifestazione sportiva. I tedeschi tentano un’irruzione, ma l’operazione va malissimo (è da allora, sembra, che decidono di addestrare i loro reparti speciali, le teste di cuoio, i GSG 9).

Pochi mesi dopo, Golda Meir, primo ministro di Israele, organizza una riunione molto ristretta e riservata fra i massimi esponenti dell’esercito e del Mossad. La sua linea è chiarissima: tutti devono sapere che chi ci attacca, poi dovrà pagare. Dovrà, cioè, essere ucciso. A questo scopo viene varata l’operazione “Collera di Dio”. Agenti molto esperti vengono distaccati dai relativi reparti e gettati nella caccia ai terroristi in Europa: una volta individuati, andranno uccisi, immediatamente.

La squadra della “Collera di Dio” non avrà mai più rapporti con le autorità del proprio paese. In pratica lascia le proprie richieste in una cassetta di sicurezza e il giorno dopo trova in quella stessa cassetta soldi e informazioni, recapiti di depositi di esplosivi, indirizzi di specialisti o di informatori.

L’operazione va avanti per oltre vent’anni. Dozzine di arabi vengono assassinati in Europa, quasi certamente anche tutti i membri del commando responsabile della strage di Monaco.

Sylvia Raphael viene inserita in questo gruppo. Ma manifesta subito molte perplessità. Le sembra che la squadra sia un po’ troppo rapida nell’eliminare gli avversari. E infatti scoppia lo scandalo di Lillehammer, località turistica norvegese. Lì viene individuato, così sembra, un arabo che dovrebbe essere il braccio destro di Arafat e la mente della strage di Monaco. La decisione è immediata: va ucciso, come tutti gli altri. Sylvia non è d’accordo. Ma il commando procede.

I norvegesi però li scoprono e si accorgono che c’è stato anche un orrendo scambio di persona: l’ucciso è un semplice cameriere. Tutti scappano, ma le autorità del posto riescono a mettere le mani su Sylvia. C’è un processo e lei viene condannata a cinque anni di carcere. Poi ne farà un solo, ma, una volta liberata per ragioni di salute, viene espulsa dalla Norvegia, come prevede la legge.

Lei, intanto, sembra essersi innamorata di quel paese nordico. E, soprattutto, del suo avvocato difensore. Lo sposa e tenta il rientro in Norvegia, come sua moglie. Ma viene espulsa di nuovo E allora, con il marito, se ne torna in Sud Africa e cessa ogni rapporto con il Mossad. Non ha mai più parlato con nessuno di quello che aveva fatto per la sua patria di adozione. Scompare. Quando però si viene a sapere del suo desiderio di essere sepolta in Israele, i capi del Mossad e del governo decidono che le vanno resi gli onori che merita.

Così il lungo corteo a fari spenti accompagna verso la sua ultima dimore quella che “non era fra i migliori, ma la migliore”.

(Dal "Quotidiano Nazionale" del 24 aprile 2016)