Uomini&Business - Direttore Giuseppe Turani

Misia Sert

E' stata la regina della belle époque, tutti sono passati da casa sua. Adorata da poeti e artisti. Toulouse-Lautrec faceva il barista ai suoi ricevimenti. Proust si è ispirato a lei per due personaggi della  Recherche.

(Nell'immagine: Misia ritratta da Renoir)

di Giuseppe Turani |

Da casa sua sono passati tutti gli artisti della belle époque, era russa, ma era come un monumento trapiantato a Parigi, come l’Ago di Luxor in mezzo agli Champs-Elysées (scrive Paul Morand), non tenne mai diari o lettere (consentì che queste ultime venissero disperse), di lei quindi non ci resta praticamente nulla, se non qualche ritratto che si è salvato e che ci mostra che era bellissima. E un’autobiografia.

All’inizio del secolo scorso ha una trentina d’anni (ha spesso cambiato la data di nascita): e quindi arriva sulla scena mondana e intellettuale nel momento perfetto. In Europa c’è la pace da tre decenni, la borghesia sta celebrando i suoi trionfi: automobili, elettricità, la radio, il cinema. Tutti sono felici e tutti si sentono parte di un mondo nuovo. Le colonie rendono ricco il Vecchio Continente.

In realtà, stanno per precipitare tutti quanti in un grande incubo: prima guerra mondiale, grande depressione, nazismo, seconda guerra mondiale. La stagione felice, la belle époque appunto, dura appena quindici anni, dal 1900 al 1915. E ha una sua capitale: Parigi. E Parigi ha una regina: Misia. Il suo nome intero è lunghissimo, si è sposata tre volte e quindi ha avuto almeno tre cognomi, ma è sempre stata nota come Misia e basta, che poi sarebbe il diminutivo polacco di Maria (il suo vero nome).

Alle sue feste c’è il meglio su cui si può contare in quegli anni: il grande pittore Toulouse-Lautrec, ad esempio, oltre a ritrarla in quadri e disegni (purtroppo andati persi, spazzati via dalla tavola, insieme alle briciole) si diverte a fare da barman e serve a tutti un cocktail di sua invenzione quasi imbevibile.

Misia nasce nel 1872 da un famoso scultore polacco, Cipriano Godebeski, professore all’Accademia Imperiale delle Arti di San Pietroburgo (e anche gran donnaiolo). La madre invece è russo-belga e viene da una famiglia di musicisti. Poiché muore quasi subito e il padre ha le sue storie sentimentali, la ragazza viene spedita a Bruxelles dai nonni. Per casa girano molti musicisti. Si racconta che Franz Liszt l’abbia tenuta sulle ginocchia e l’abbia poi sentita suonare. Si rivela una pianista di molto talento. Ma non sarà quella la sua carriera.

Dopo qualche anno si rifà vivo il padre, che intanto si è risposato, e vanno tutti a vivere a Parigi. Misia viene messa in un collegio di suore, dove rimane sei anni. Quando esce, a un certo punto ha un diverbio con la matrigna. Allora scappa a Londra, con soldi presi a prestito. Dopo un po’ torna, ma a vivere per conto proprio. Il suo destino sta per compiersi.

A 21 anni si sposa con il cugino Thadée Natanson. E decolla. Il cugino è una celebrità nel mondo intellettuale parigino: Marcel Proust, Claude Monet, Pierre-Auguste Renoir, Odilon Redon, Paul Signac, Claude Debussy, Stefan Mallarmè e André Gide, sono solo alcuni di quelli che frequentano la loro casa. Tutti pazzi per la bella Misia.

Natanson, a un certo punto, decide di lanciare una rivista: La Revue Blanche. I manifesti per il lancio, disegnati da Toulouse-Lautrec, in realtà sono ritratti di Misia, come anche la copertina della rivista. Ma, come si diceva, tutti la ritraggono. Ancora oggi un suo ritratto di Renoir è esposto alla Tate Gallery di Londra. Ma non bastano i ritratti. Proust trasforma Misia in almeno due personaggi della sua Recherche: la notissima madame Verdurin e la principessa Yourbeletieff.

Ma dove Misia non ha rivali è con i balletti russi, allora di grandissima moda a Parigi. Il grande divo dei Ballets Russes, e creatore, è Sergi Diaghilev. Lei ne diventa la Musa: nulla si fa se lei non intercede. Sergi si fida solo di Misia. Jean Cocteau le fa una corte spietata perché vuole scrivere qualcosa per i Balletti. E ne fa anche l’eroina di uno suo romanzo ambientato nella Grande Guerra.

Ma la Revue Blanche non va bene. Servono soldi. E Natanson alla fine li trova presso un ricco signore che è anche l’editore di un quotidiano parigino, Le Matin, Alfred Edwards. Purtroppo Edwards è già l’amante di Misia e accetta di finanziare la rivista solo se il marito si fa da parte, se ne va. Così accade, e sarà Alfred a sposare la ragazza. Vanno a abitare in una ricca casa in Rue de Rivoli e i ricevimenti si fanno ancora più sontuosi. La stessa Misia accompagna al pianoforte, una sera, il grande Enrico Caruso in una carrellata di canzoni napoletane.

Ma il nuovo marito, che tanto aveva insistito per averla, si rivela un grande infedele. Così lei divorzia. Ma rimane una ricca signora, molto ricca probabilmente.

E sposa un pittore spagnolo José-Maria Sert. Va tutto abbastanza bene, fino a quando lui mette su una tresca con una principessa russa. Misia cerca di essere comprensiva e entra anche lei in rapporto con la bellezza russa, insomma ci va a letto. E per un po’ va avanti un ménage a trois.

Ma non bisogna scandalizzarsi. Si deve solo ricordare che si è in piena belle époque e che un po’ di libertinaggio fa parte del costume del tempo. Anzi, ne è uno degli ingredienti.

In mezzo a tutti questi matrimoni e a queste avventure sentimentali, Misia riesce anche a sostenere finanziariamente quanti ne hanno bisogno, compreso lo stesso Diaghilev: quando nuore a Venezia, lei è al suo fianco e pagherà anche le spese del funerale. E così fa con altri.

Aiuta anche, con soldi, Coco Chanel. Le due signore si conoscono a un ricevimento quasi per caso. All’uscita, Misia si complimenta per il bel cappotto indossato da Coco: lei se lo toglie e glielo regala. Diventeranno più che amiche, molto probabilmente anche amanti. In comune c’è il fatto che tutte e due sono cresciute in convento e che hanno una certa predisposizione all’uso di droghe. Non si lasceranno mai più, anche se ognuna conduce la propria vita. Quando però la fortuna non arride a Coco, arriva Misia con il libretto degli assegni.

Ma finanzia anche qualche poeta spiantato e una volta interviene d’urgenza perché a una compagnia di balletti stanno per sequestrare i costumi di scena per morosità. Lei paga e la serata è salva.

La regina di Parigi non lascerà mai la sua città, nemmeno quando arrivano i nazisti. Ma non fraternizza con i conquistatori, come fanno altri, semplicemente si tiene alla larga, ormai regina senza reame. Muore a Parigi nel 1950.

(Dal "Quotidiano Nazionale" del 3 aprile 2016)