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Paola Del Din

Staffetta partigiana a Udine, attraversa le linee nemiche, a piedi, per portare documenti segretissimi allo Special Force degli alleati a Firenze. Poi impara a lanciarsi con il paracadute, a bordo di un aereo inglese torna in Friuli, si lancia, e riprende a fare la staffetta. Medaglia d'oro al valor militare.

di Giuseppe Turani per QN |

E’ stata una grande staffetta partigiana. Dopo la guerra le è stata conferita la medaglia d’oro al valor militare. L’onorificenza le è stata consegnata nel 1960 dal comandante militare del Nord-Est nella piazza d’armi di Padova alla presenza dei reparti militari d’onore. Tutto questo, e la sua storia, non l’hanno preservata dalle contestazioni politiche, molto accese in provincia. Qualche anno fa, infatti, è stata al centro di furiose polemiche in Friuli, scoppiate perché è stata fischiata da militanti di Rifondazione Comunista mentre in piazza celebrava il 25 aprile.

Paola del Din, unica medaglia d’oro del Friuli, è oggi una signora di oltre novant’anni. I suoi meriti partigiani sono indiscussi e riconosciuti da tutti. Ha fatto molto, anche oltre quello che si può chiedere a una persona. E’ stata anche presidente dell’associazione partigiani Osoppo e presidente nazionale del corpo volontari della libertà, cioè presidente di tutti i partigiani. Non ha mai avuto paura di niente. Eppure è stata al centro di controversie molto accese.

“Non sei una ragazza, sei un diavolo”, le avrebbe detto la madre, dopo mesi che non aveva più sue notizie, quando se l’è vista arrivare davanti, paracadutata da un aereo inglese.

Ma conviene raccontare la storia di questa donna fuori dal comune dall’inizio. Figlia di un generale degli alpini che ha fatto la prima e la seconda guerra mondiale (finendo prigioniero degli alleati in India), si laureerà a Padova in glottologia con il massimo dei voti. Dopo l’8 settembre del 1943 diventa staffetta partigiana nella zona di Udine agli ordini del fratello, Renato, ex-allievo della Scuola Militare di Milano, che sta mettendo in piedi una banda partigiana. Ma cade quasi subito per mano tedesca e viene decorato con medaglia d’oro al valor militare. Paola raccoglie il testimone dal fratello, assume il nome di battaglia di Renata, e va avanti.

Un giorno le viene dato l’incarico di portare dei documenti molto importanti agli alleati a Firenze. D’accordo con la madre (che verrà presa in ostaggio dai tedeschi), parte da Udine a piedi. Attraversa le linee nemiche (sembra distribuendo pacchetti di sigarette, frutta fresca e sorrisi ai soldati tedeschi), e arriva infine a destinazione. Si presenta al comando avanzato della N.1 Special Force. Come si può immaginare, è esausta, ma comunque si fa riconoscere con la parola d’ordine che le hanno dato a Udine: “Voglio parlare con il maggiore Blond”. Consegna i documenti e la Special Force, come ringraziamento per essere riuscita a evitare le pattuglie nemiche nonostante la stanchezza, fa rientrare suo padre dall’India dove era prigioniero di guerra.

Ma Paola non è una persona che si accontenta. Ormai è oltre le linee nemiche, al sicuro. Potrebbe aspettare lì la fine della guerra. Invece chiede di diventare paracadutista per poter rientrare in Friuli. La mandano a S.Vito dei Normanni e le insegnano a buttarsi dall’aereo: quattro giorni di corso e quattro lanci. Dopo di che le dicono che è pronta. E quindi può partire con la missione Bigelow, che ha appunto lo scopo di paracadutare informatori al di là delle linee tedesche.

Le capita di tutto. L’aereo sul quale vola si incendia, c’è del maltempo che impedisce attività aerea, e c’è una pesante azione di contraerea nella zona di Monfalcone. Alla fine le dicono che può lanciarsi, si lancia, ma atterra male e si frattura una caviglia. Riesce comunque a raggiungere Udine e a riprendere il suo lavoro di staffetta partigiana. In Friuli fa quello che fanno le staffette: portano ordini, documenti, materiali. Grazie a alcune stazioni radiotrasmittenti segrete riesce anche a mandare importanti messaggi al comando della Special Force sui movimenti dei tedeschi nella sua zona.

Finita la guerra, dà gli ultimi esami e prepara la tesi di laurea. Nel 1951 gli americani le assegnano una borsa di studio Fulbright. Così va a studiare in America presso l’università di Pennsylvania, dove ottiene il Master of Arts.

Ritornata in Italia, va a insegnare nelle scuole e nel 1955 si sposa. Dieci anni dopo, si dimette per occuparsi dei quattro figli, del marito e dei genitori anziani. Da allora si è occupata molto di volontariato e, grazie ai suoi quatto lanci più quello sul Monte Albano, è presidente onorario della sezione di Udine dei paracadutisti d’Italia.

Ma alla fine scoppia la contestazione. All’origine c’è il fatto che Paola Del Din non è mai stata di sinistra. Anzi, qualcuno ricorda che ai tempi dello scandalo Gladio (l’organizzazione segreta americana in Italia in funzione anti-comunista), lei ha serenamente dichiarato: “Pur non avendone mai fatto parte, io non mi sono mai sentita di esprimere un giudizio negativo su Gladio”. Imprudente?

Il 25 aprile del 2005 le viene assegnato il compito di celebrare l’anniversario della liberazione e succede il finimondo. Militanti di Rifondazione Comunista lanciano fischi e insulti verso di lei, incuranti del fatto che si tratti dell’unica medaglia d’oro al valor militare della Regione e che sia stata una partigiana più che solerte. La sua opinione su Gladio è certamente discutibile, ma indiscutibile è anche la sua partecipazione alla Resistenza.

Ma non è questa la sede per riprendere quella polemica. Qui si può solo ricordare che, mentre a Udine Rifondazione Comunista non arretra di un millimetro, e non smette di attaccare quella signora di oltre settant’anni, entrano subito in azione le antiche solidarietà partigiane. Il segretario regionale dell’Associazione nazionale partigiani d’Italia, Luciano Rapotez,  tuona: “Un partigiano è un partigiano. Rifondazione si ravveda. Il 25 aprile è di tutti, stavolta qualcuno ha voluto rovinarlo”. Qualcuno ricorda allora come si chiude la motivazione per la medaglia d’oro di Paola: “Negli ultimi giorni di guerra, benché claudicante, passava ancora ripetutamente le linee di combattimento per recapitare informazioni ai reparti alleati avanzanti. Bellissima figura di partigiana seppe in ogni circostanza assolvere con rara capacità e virile ardimento i compiti affidatile, dimostrando sempre elevato spirito di sacrificio e sconfinata dedizione alla causa della libertà».

Ma non  tutti sono stati ingrati con Paola. Due località (Tolmezzo e Poggio Rusco) le hanno dato la cittadinanza onoraria.

Ma, soprattutto la Scuola Militare di Milano ha intitolato un corso al fratello, chiamandolo “Del Din”. E i giovani allievi hanno voluto lei come madrina.

(Dal "Quotidiano Nazionale" del 27 marzo 2016)