Uomini&Business - Direttore Giuseppe Turani

Monica Ertl

Bellissima, di origine tedesca, ma cresciuta in Bolivia, ammazza con tre colpi di pistola colui che aveva catturato e ucciso Che Guevara. 

di Giuseppe Turani |

Ci sono vite che appaiono già tragicamente segnate, senza speranza,  nel momento stesso in cui appaiono. Il primo aprile del 1971 una bella signora di 34 anni, ben vestita, e che parla un ottimo tedesco, si presenta al consolato boliviano di Amburgo e chiede di vedere il console. Dopo una breve attesa, viene fatta entrare. Quando è davanti al console, estrae una pistola e lo ammazza con tre colpi che vanno a formare una specie di V sul petto della vittima. V è il simbolo della guerriglia boliviana.

Dopo, la signora lascia un biglietto sulla scrivania ”Vittoria o morte”, fugge di corsa, urta la moglie del console, ma riesce a scappare. Non è boliviana, anche se poi proprio in quel paese dell’America meridionale troverà la morte. Naturalmente scattano subito le ricerche in grande stile. Ma la signora non si trova, anche perché nessuno l’ha mai vista prima. Il morto, il console, è invece un personaggio noto alle cronache. Si tratta di Roberto Quintanilla Pereira, capo delle forze di sicurezza della Bolivia quando venne catturato e ucciso Che Guevara. Ma non si era limitato a uccidere Guevara, lo aveva anche orrendamente mutilato dopo morto, sollevando un’ondata di indignazione nell’America latina.

Al punto che le autorità del suo paese (dopo altri gesti di crudeltà) avevano deciso di metterlo al sicuro molto lontano da casa, nel consolato di Amburgo. Quintanilla si trasferisce nella città tedesca con tutta la famiglia e si gode un’esistenza serena. Qualche ricevimento, un po’ di visti sui passaporti, qualche connazionale in difficoltà. Si adatta presto alla sua routine, i tempi in cui comandava i reparti speciali boliviani gli devono sembrare ormai lontanissimi e dimenticati. Per questo, quasi certamente, non prende alcuna precauzione. In Germania, inoltre, si sente sicurissimo: è da escludere che quegli straccioni che fanno ancora un po’ di guerriglia nel suo paese siano in grado di arrivare fino a Amburgo, fino a lui.

Ma non ha fatto i conti con Monica Ertl, la signora che lo ucciderà guardandolo in faccia. Su un punto Quintanilla comunque non ha sbagliato: Monica non è boliviana, ma tedesca, bavarese.

In Bolivia è finita dopo la guerra al seguito del padre, che ha sempre affermato di non essere mai stato un nazista, ma che era uno degli operatori preferiti dalla regista di regime Leni Riefensthal. Dopo la caduta del Reich, anche il padre di Monica, Hans, decide che è meglio lasciare la Germania e cercarsi un posto distante. Come molti altri ex-nazisti finisce in Bolivia. Non era iscritto al partito, ma quelli sono i suoi amici.

In Bolivia alleva Monica, che cresce come un maschietto e di cui lui dice “sa sparare come un uomo”. Monica sposa, intanto, un ricco boliviano-tedesco, ma il matrimonio dura poco.  Nel 1969 c’è il divorzio e Monica va con i guerriglieri. E’ molto bella e decisa. Diventa l’amante di Inti Peredo, l’erede del Che.  Di lui Monica dice che “E’ un cristo con la pistola”.

Ma Inti fa la stessa fine del Che: viene ammazzato da Quintanilla e dai suoi soldati. E il futuro console ha anche il pessimo gusto di farsi fotografare vicino al cadavere della sua vittima.

Su di lui pesano a questo punto due maledizioni. La prima viene da Fidel Castro, che dice: “Gli assassini del Che li voglio tutti morti”. La seconda, silenziosa, è di Monica, che vuole anche lei Quintanilla morto.

Quest’ultimo si aspetta qualche azione disperata da parte dei cubani, e ha preso le sue precauzioni. Mai avrebbe immaginato che un’elegante signora tedesca sarebbe entrata nel suo ufficio e gli avrebbe sparato tre colpi, uccidendolo.

Compiuta la sua missione, Monica, attraverso una rete di sostegno internazionale (da cui aveva avuto anche la pistola che ha ucciso Quintanilla, intestata curiosamente a Gian Giacomo Feltrinelli), riesce a arrivare in Bolivia e a unirsi all’Esercito di liberazione nazionale.

I boliviani, naturalmente, la cercano ovunque. E arrivano a mettere sulla sua testa una taglia di 20 mila dollari. Ma Monica riesce a non farsi catturare e anzi elabora un piano molto ardito. In Bolivia vive, ben protetto, Klaus Barbie, ex capo della Gestapo di Lione. L’uomo che ha torturato e ucciso con le sue mani Jean Moulin, comunista, e capo di tutta la resistenza francese, agli ordini diretti del generale De Gaulle. Monica decide che Barbie sarà la sua prossima vittima.

Per dare un significato più completo all’operazione contatta lo scrittore francese Régis Debray, l’amico di Fidel e del Che. Insieme, i due progettano di rapire Klaus Barbie, che fra l’altro è un  amico del papà di Monica, Hans (e infatti lei lo chiamava “zio Klaus”).

Ma niente va come previsto. Barbie è, fra l’altro, colonnello onorario dei servizi segreti boliviani, e soprattutto è un uomo di esperienza, gli agguati e le operazioni clandestine sono la sua specialità, da sempre. Infatti tende un agguato a Monica e è lui a catturarla.

Secondo le ricostruzioni successive Monica viene torturata e poi uccisa dello stesso Klaus Barbie.

Il padre Hans lo supplica di consegnargli almeno il cadavere della figlia per darle sepoltura. Ma Barbie nega anche quest’ultima consolazione al vecchio amico: la verità è che non può consegnare alcun cadavere perché non esiste più alcun cadavere. Monica è stata fatta a pezzi e i pezzi sono stati poi gettati nella giungla boliviana.

A Monica, vendicatrice sfortunata, non è mai stata intitolata, in nessuna patte del mondo, una scuola o un asilo. Dimenticata, dispersa nella giungla in mezzo ai rovi e alle foglie morte.

(Dal "Quotidiano Nazionale" del 24 gennaio 2016)