Uomini&Business - Direttore Giuseppe Turani

Laura Fermi

Ha seguito il marito in tutto il mondo e anche a Los Alamos, dove venne  realizzata la prima bomba atomica. I ricordi della figlia Nella: papà pessimo falegname.

di Giuseppe Turani |

Laura, con tutta la famiglia, segue il marito nell’avventura di Los Alamos. Per paura di fughe di notizie gli americani avevano chiuso tutti gli scienziati in una località isolata del New Mexico, gestita dai militari con grandissima severità. 

(Nelle foto: Laura e Enrico Fermi, uno dei taccuini di lavoro di Fermi (proprietà Università di Chicago), Fermi e i ragazzi di via Panisperna, la famiglia Fermi al suo arrivo in America)

C’è stata una stagione in cui l’Italia migliore era anche un’Italia per bene. E non bisogna andare nemmeno troppo indietro: basta tornare agli anni 30 e 40. E lì incontriamo la famiglia di Enrico Fermi. Lui a la moglie Laura si incontrano nel 1924 a casa di amici e si sposano nel 1928. Lui è già un brillante fisico (da lì a poco ricoprirà la prima cattedra italiana di fisica teorica), lei è una studentessa del terzo anno di università.

Appena sposata, lei si ritira dagli studi per dedicarsi alla famiglia. Ma non è proprio così. Sarà infatti, per tutta la vita, un’assistente preziosa e attenta del marito, che seguirà in giro per il mondo: Argentina, Brasile, Stati Uniti, Francia. Intanto nascono i figli Nella e Giulio. E vengono emanate, 1938, le leggi razziali anche in Italia. Laura (che di cognome fa Capon) è ebrea. Fermi non ha nemmeno un dubbio: bisogna andarsene.

Proprio nel 1938 gli viene assegnato il premio Nobel (per aver scoperto la radioattività provocata artificialmente dai neutroni). E’ l’occasione che aspettavano. I coniugi Fermi e i figli vanno a Stoccolma a ritirare il premio. E da lì negli Stati Uniti, per un viaggio senza ritorno.

In America Fermi, che ormai è uno dei più grandi fisici del mondo, va a insegnare a Chicago, ma viene quasi subito coinvolto nel progetto Manhattan, che punta alla costruzione della prima bomba atomica.

Laura, intanto, ha cominciato a costruirsi una vita: scrive libri divulgativi di scienza. Il primo di questi libri (Alchimie del nostro tempo) è scritto insieme a Ginestra Giovane (che poi è la moglie di Edoardo Amaldi, collega e amico di Fermi). Al primo libro ne seguiranno poi molti altri.

Laura, con tutta la famiglia, segue il marito nell’avventura di Los Alamos. Per paura di fughe di notizie gli americani avevano chiuso tutti gli scienziati in una località isolata del New Mexico, gestita dai militari con grandissima severità. Non si poteva uscire, rare le telefonate, controllata tutta la posta in entrata e in uscita. Ma c’era un disagio ancora più grande. Fermi e i suoi colleghi non potevano dire che cosa stavano facendo nemmeno alle mogli, che vedevano i mariti uscire di casa alla mattina e rientrare la sera senza capire assolutamente che cosa facessero tutto il giorno.

Il posto, poi, era di fatto un accampamento militare, con delle baracche tirate su in fretta e furia. E molto cibo in scatola: se non razioni militari, quasi. Intorno: solo il deserto, niente altro. E molto vento.

Naturalmente, la disciplina era di ferro. Vietato nel modo più assoluto disturbare gli scienziati. Laura Fermi, dicono le cronache, avrebbe perso la  pazienza solo una volta. Era una sera di Natale, lei e i bambini erano a tavola, ma non il papà, impegnato in laboratorio. Quella sera Laura avrebbe fatto, raccontano, una tale scenata, che persino Fermi lasciò perdere la bomba per qualche ora e andò a casa dai suoi.

A Los Alamos c’erano anche molti bambini e quindi era stata organizzata una specie di scuola. La figlia di Fermi, Nella, racconta che un giorno, visto che il luogo era pieno di fisici (i migliori del mondo), qualcuno ha l’idea di far tenere a loro una lezione ai ragazzi. Un insuccesso clamoroso. Lei dice di aver capito solo il suo papà, tutti gli altri erano incomprensibili.

Fermi era in effetti un uomo molto speciale: mentre assisteva alla scoppio della prima bomba sperimentale, lasciò cadere dei coriandoli e, sulla base della loro traiettoria, calcolò la potenza dell’esplosione. Gli strumenti confermarono poi la sua stima.

Conclusa la vicenda della bomba, Fermi torna a insegnare a Chicago. Sua moglie, intanto, continua a sfornare i suoi libri. Fermi muore nel 1954 e quei volumi sono quello che consente alla famiglia Fermi di tirare avanti. Laura non ha mai chiesto niente a nessuno, anche se in America è stata sempre riverita e onorata. Quando nel 1974 l’università di Chicago decide di intitolare a Enrico Fermi il suo laboratorio di fisica delle particelle, Laura è invitata come ospite d’onore.

L’aspetto curioso di tutta la vicenda è che Fermi, con la bomba, ha consentito all’America di vincere la guerra e quindi di costruire la sua attuale potenza, ma quando muore alla famiglia lascia quello che può lasciare un professore universitario: pochissimo. Non è mai diventato ricco.

Della figlia Nella si perdono un po’ le tracce. Alla fine degli anni 70 viene intervistata da un collega italiano (Arturo Motti) che è riuscito a trovarla. Vive in una casa modestissima in un quartiere di Chicago abitato in maggioranza da neri. Per vivere (è divorziata) fabbrica piccoli oggetti in ceramica, che vende lei stessa nella sua casa, sempre aperta ai visitatori. Ma non si lamenta, non rivendica di essere figlia di uno dei più grandi fisici del mondo. Fabbrica in suoi oggetti in ceramica, che poi vende per pochi soldi a chi li vuole comprare.

Del padre ha molti ricordi. Intanto, era un pessimo falegname. Una volta provò a costruirle uno scaffale, ma non ci riuscì: gli veniva sempre storto. Ma soprattutto era un uomo segnato dall’avventura della bomba. Era sempre stato convinto che sarebbe stata sganciata su un’isola deserta a scopo dimostrativo. Quando apprese dalla radio, attraverso la voce del presidente Truman, che invece era stata sganciata su Hiroshima e Nagasaki, diventò molto cupo e non volle mai più parlare della bomba. Nemmeno in famiglia.

(Dal "Quotidiano Nazionale" del 3 gennaio 2016)