Uomini&Business - Direttore Giuseppe Turani

Luisa Casati

Ha sprecato una delle fortune più grandi d'Italia nel tentativo di fare  di se stessa un'opera d'arte. Grandi follie a Venezia e a Parigi. L'amore con D'Annunzio e la Duse.

di Giuseppe Turani |

Ha sprecato una delle fortune più grandi d'Italia nel tentativo di fare  di se stessa un'opera d'arte. Grandi follie a Venezia e a Parigi. L'amore con D'Annunzio e la Duse.

di Giuseppe Turani

E’ stata senza dubbio l’essere femminile più inutile, e più tragico, che si ricordi. Persino una sua biografa, Vanna Vinci,  non è riuscita a trattenersi: “È una donna che, in fondo, non ha detto niente. Non ha spiegato, né davvero fatto niente: ha comprato una casa, un palazzo a Venezia, ha speso un patrimonio sterminato in cose futili... o quantomeno evanescenti. Eppure rimane un personaggio incredibilmente pieno di fascino". 

Non nasce nobile. Suo, padre, Alberto Amman, è uno dei più grandi industriali tessili dell’epoca (Luisa nasce nel 1881). Ha una sorella più grande, Francesca. I genitori muoiono quando le due sorella sono ancora giovanissime. E si dice subito che siano le due ereditiere più ricche d’Italia.

Luisa, già da adolescente, sogna i grandi personaggi, da Cristina di Belgioioso alla Contessa di Castiglione. E probabilmente è in quel periodo che matura la sua follia: non sa fare nulla, ma decide che sarà lei stessa un’opera d’arte, la più splendente mai vista. Consumerà tutta la vita e una fortunata immensa per raggiungere questo obiettivo: essere comunque qualcuno o qualcosa.

Nel 1990 sposa il marchese Camillo Casati Stampa, ma quasi certamente si tratta di un matrimonio fatto solo per avere un titolo nobiliare e l’ingresso nell’alta società. I rapporti con il marito non sono tanto frequenti (anche se nasce una figlia) e il marchese si dimostra un uomo molto tollerante. Luisa gli passa un generoso mensile e lui può andare a caccia con i suoi amici, la sua vera passione. E non si occupa per niente di quello che fa lei.

Luisa fa di se stessa un’opera d’arte, o ci prova. Si tinge i capelli di qualsiasi colore, la faccia tinta di bianco, con occhi profondissimi e neri (che ispirarono persino Man Ray), la bocca rosso fuoco. E poi i vestiti, assolutamente eccentrici e anche anticipatori. Ancora pochi anni fa è stata d’ispirazione per stilisti di livello (John Galliano le ha dedicato addirittura la collezione 1998 per Dior) e anche Karl Lagerfeld ha voluto ricordarla.

Da signora molto ricca e molto bizzarra vive un po’ ovunque: Milano, Parigi, Londra, Venezia. E è proprio in quest’ultima città  che dà  il meglio di sé. Comincia comprando un famoso palazzo: Venier dei Leoni, dove oggi c’è la sede della fondazione e museo di Peggy Guggenheim.

La casa dispone di vasti giardini. E allora lei li riempie con tutti gli animali esotici che riesce a trovare: pavoni, boa, corvi, ghepardi. E di aitanti servitori neri.

Naturalmente dà molte feste. Dispone di una casa molto grande, ma non le basta. E così per un ricevimento danzante si esibisce in un’impresa unica e mai più ripetuta da alcuno: affitta addirittura per una sera piazza San Marco, presidiata (per bloccare gli estranei) dai carabinieri, dicono alcuni, o dai suoi servi neri dipinti d’oro, favoleggiano altri.

Vuole stupire, meravigliare, lasciare traccia di sé. Così compra opere di artisti e ne finanzia altri. Spende somme incredibili. Ma il tutto avviene così in fretta che quasi manca il tempo per accorgersene.

E c’è (poteva mancare?) l’incontro fatale con un altro personaggio in fondo molto simile a lei: il poeta Gabriele D’Annunzio, che però in quel momento ha in corso una storia intensa con Eleonora Duse. E qui la vicenda si biforca. Alcuni sostengono che la marchesa Casati abbia avviato con D’Annunzio e la Duse un ménage a trois durato dieci anni. Altri, più saggi, sostengono che probabilmente non è vero: la marchesa voleva occupare la scena da sola e non certo vivere all’ombra di quelle due celebrità. Una frequentazione c’è stata, anche con molto sesso, ma descrivere Luisa Casati come una signora persa dietro a D’Annunzio è un po’ eccessivo. Era di sicuro un po’ pazza, ma non si è mai persa dietro a alcuno. Comunque, sotto il nome di Isabella Inghirami, è la protagonista di un romanzo di D’Annunzio: “Forse che sì forse che no”.

Sempre alla ricerca di stupire il mondo, approda a Parigi e, come suo solito, fa le cose in grande. Acquista un castello appena fuori Parigi, appartenuto a Robert de Montesquiou, il Palais Rose, che lei ribattezza come Palais du Reve.

Se a Venezia si era esibita in eccentricità, a Parigi si spinge ancora più in là. Feste, artisti, abiti sempre più bizzarri. Una vita da mille e una notte. Un fiume di denaro si riversa dalle sue tasche verso le  eccentricità più estreme. Il castello alle porte di Parigi diventa la metà fissa di tutti gli sfaccendati (ma anche di tutti gli artisti) della Belle Epoche.

Finisce come era inevitabile. Benché immensa, la fortuna di Luisa Casati Stampa non è senza fondo. A un certo punto si scopre che ha accumulato un debito, in quegli anni, di 25 milioni di dollari. Non può più pagare i creditori. Mette in vendita tutto, castello, abiti e quadri. Si dice che persino Coco Chanel compri qualcosa. Ma non basta.

La marchesa, allora, scappa a Londra, dove c’è sua figlia. Ma vivrà in ristrettezze. Alcuni amici le hanno aperto un conto in una banca e ogni tanto si ricordano di versarvi qualche sterlina: fino alla morte, vivrà di quei pochi soldi, di fatto un’elemosina, lei che aveva stupito tutta Europa con le sue spese pazze. Morirà nel 1957, ormai dimenticata.

La figlia farà incidere sulla sua tomba un motto amaro: “L’età non può appassirla, né l’abitudine rendere insipida la sua varietà infinita”. Le stesse parole con cui Shakespeare descrive Cleopatra, un’eroina che a lei sarebbe piaciuta.

(Dal "Quotidiano Nazionale" del 20 dicembre 2015)