Uomini&Business - Direttore Giuseppe Turani

Marisa Bellisario

Una grande manager del mondo dell'informatica. Dall'esperienza americana alla Italtel. Ma anche alle sfilate di Armani.

di Giuseppe Turani |

di Giuseppe Turani

La cosa che la faceva ridere di più era il racconto, fatto da lei stessa, di quando stava in America alla General Electric. In riunioni con magari 300 ingegneri, il relatore cominciava sempre con “Marisa and gentlemen”. Perché lei era l’unica donna presente. Si racconta che i suoi fan più decisi la chiamassero confidenzialmente “The legs”, per via delle gambe, che in effetti aveva splendide. Era finita lì per caso, come quasi in tutti gli altri posti. L’unica cosa che forse aveva davvero deciso, se non da bambina certamente quando era un po’ più grande, è che voleva fare il manager. Aspirazione bizzarra per una ragazza nata a Ceva, provincia di Cuneo, nel 1935, prima di qualsiasi femminismo. Ma Marisa è una tosta. E quindi va a Torino e si laurea in scienze economiche. Dopo di che comincia la grande avventura, fra alti e bassi, che segnerà tutta la sua vita. Quando lei arriva a Milano in cerca di un impiego la cosa più affascinante che c’è in città è la neonata divisone elettronica della Olivetti: le nuove tecnologie, il futuro, la grande occasione.

Riesce a farsi assumere, ma la storia dell’elettronica della Olivetti, che avrebbe dovuto essere il futuro dell’azienda e di Marisa, è una catena di disgrazie. La divisione passa di mano in mano, fino a quando finisce appunto alla General Elettric, con dentro Marisa. Nel 1965 lei decide di dare una svolta alla propria carriera. Si trasferisce in America e va a lavorare alla Honeywell, che intanto aveva incorporato le attività elettroniche della Olivetti.

A quel punto Marisa, grande esperta di informatica, è considerata una delle pochissime, se non l’unica, top executives a livello mondiale nel settore informatico. Al punto che quando il capo della Hisi (così si chiamava la società Honeywell-Olivetti) lascia perché promosso a altro incarico, Marisa viene presa in considerazione per sostituirlo: ma era troppo presto per affidare a una donna una responsabilità così grande.

Negli anni Settanta si decide di tentare un rilancio della Olivetti e viene richiamata anche lei, insieme al vecchio amministratore delegato. Bellisario gestisce, di fatto, la trasformazione della casa di Ivrea verso l’elettronica.  Nel 1979 (in Olivetti è intanto arrivato Carlo De Benedetti, con il quale i rapporti non sono mai stati buoni) viene spedita a gestire la Olivetti Corporation of America, la Oca. Torna cioè negli Stati Uniti. E il successo è grande. E’ brava, competente, intelligente, è molto sicura di  sé e veste anche bene. Nel 1981 è la prima donna invitata come relatore alla National Computer Conference di Chicago. Su di lei fanno molte copertine. La richiamano in Italia. E alla Olivetti le offrono una buona posizione manageriale. Lei chiede un week end per pensarci sopra. Decide di accettare e il lunedì mattina va in ufficio. Il saluto con il quale viene ricevuta è: “Naturalmente, lei resta con noi?”. In quel preciso momento, racconterà poi la stessa Marisa, ho deciso che dovevo andarmene. E risponde: “No, me ne vado”. Non ha un posto, non ha offerte.

Finisce che le affidano la Italtel, a Milano. Un mostro (azienda pubblica) con quasi 30 mila dipendenti e conti da far paura. Infatti è considerata un caso disperato. Inoltre c’è un grande tasso di conflittualità e si sa che proprio lì sono nate le Brigate Rosse. L’azienda fa centrali telefoniche su licenza della Siemens tedesca, ma il contratto sta per scadere. Qualcuno avanza anche il sospetto che l’abbiano affidata a lei per affondarla del tutto e passare a altro. Anche i sindacati sono sul piede di guerra: l’azienda sta nei guai e lo Stato ci manda una biondina a gestirla?

Marisa presenta un programma di lacrime e sangue, e avvia anche qui la trasformazione verso l’elettronica. Il primo anno della sua gestione si chiude con un recupero di redditività del 25 per cento. Un miracolo?

“No– racconterà lei stessa -. Il primo anno è facile. Cacci via il capo degli acquisti e già guadagni un bel cinque per cento. Rimetti un po’ d’ordine sotto i capannoni e recuperi ancora un po’. Infine rimetti mano all’organizzazione e il gioco è fatto. Il primo anno, insomma, è facile perché ci sono errori da correggere. I guai verranno dopo”. Non nel suo caso.

Intanto si precisa il suo carattere. E il suo stile. Di preferenza veste Armani e Versace, mischiati secondo i suoi gusti. La moda le piace. A un certo punto farà anche disegnare un telefono da Armani. Passa tre o quattro giorni a Milano, per il resto abita a Torino  con il marito (Lionello Cantoni,  un informatico, docente universitario, ormai abituato a fare il “Mister Bellisario”). A Milano non si infila nei salotti e fa amicizie solo per questioni di lavoro. Unica distrazione: le sfilate di moda. Per il resto è molto concentrata. Voleva fare la manager e adesso ha una grandissima azienda da mandare avanti. Non sono ammesse distrazioni. Un episodio spiega che tipo era Marisa. Un giorno Paul Newman annuncia (nuovamente) che si ritira dallo schermo. Un settimanale intervista alcune signore importanti e chiede un’opinione, che di solito è: “Oddio non vedrò mai più quei magnifici occhi”. La risposta di Marisa invece è desolante: “Non me ne importa nulla. Non so chi sia questo Paul Newman”.

Agli amici che le chiedono  se è pazza, risponde serena: “Non vado mai al cinema. Però se qualcuno mi accompagna”. In realtà, continuerà a non andare al cinema e a non sapere chi è Paul Newman.

In compenso ogni tanto scompare misteriosamente per una settimana, dieci giorni. Non può essere qualche tresca perché lei non ha tresche. E infatti poi confesserà che fa dei brevi viaggi nel mondo, dalla California a Israele, ovunque ci sia qualche novità informatica. Sta cercando un futuro per la sua azienda. Diventa amica di tutti, da Steve Jobs a Bill Gates e di altri ragazzi geniali. Da quel che si capisce, vorrebbe fare una cosa in Italia insieme a quelli della Apple.

E c’è anche un incidente di percorso. Si decide di dare vita alla Telit, fondendo la Telettra (Fiat) con la Italtel (partecipazioni statali). La cosa non si farà mai (e la Telettra finirà ai francesi) perché la Fiat non la vuole come amministratore delegato: troppo socialista (cosa vera).

Poi le scoprono un cancro alle ossa, ha poco più di cinquant’anni. La sua reazione sorprende tutti. Non si ritira e non scappa. Trasforma la sua casa di Torino nel suo nuovo ufficio. Segretarie e collaboratori arrivano con i loro fascicoli e ripartono con le istruzioni.

Poi, un sabato pomeriggio, fa una serie di telefonate a pochi amici. Sono telefonate lunghe, nelle quali spiega in dettaglio tutte le cose che vuole fare per la sua azienda negli anni successivi. Un paio di giorni dopo, morirà, a 53 anni.

E gli amici capiscono: quelle telefonate erano il suo modo per dire addio. Così, raccontando cosa avrebbe fatto nel resto di una vita che ormai sapeva di non avere più.

(Dal "Quotidiano Nazionale" del 22 novembre 2015)