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Maria José

L'ultima regina d'Italia, amica degli antifascisti, rifugiata in Svizzera, rientra in Italia clandestinamente con gli sci. Al confine l'aspettano i partigiani, che la vogliono come loro comandante, e con i quali festeggerà poi la liberazione del paese, il 25 aprile.

di Giuseppe Turani |



L'ultima regina d'Italia, amica degli antifascisti, rifugiata in Svizzera, rientra in Italia clandestinamente con gli sci. Al confine l'aspettano i partigiani, che la vogliono come loro comandante, e con i quali festeggerà poi la liberazione del paese, il 25 aprile.



di Giuseppe Turani

In una galleria di donne coraggiose non può mancare l’ultima regina d’Italia, Maria José, detta anche la “regina di maggio” (perché in pratica è stata regina solo per pochi giorni). Nasce nel 1906 a Ostenda e è figlia del re del Belgio e della duchessa di Baviera. A differenza dei Savoia, non troppo acculturati e nemmeno troppo democratici, Maria José viene da una famiglia in cui l’istruzione conta e in cui c’è molto rispetto per la democrazia.

Durante la prima guerra mondiale il re del Belgio, che è di idee socialiste, guida personalmente l’esercito del suo paese in guerra e la madre si occupa dei feriti. La futura regina d’Italia viene mandata al sicuro in Inghilterra, dove riceve un’istruzione moderna.

Cresce quindi in quella che probabilmente è la monarchia più avanzata d’Europa. Sin dalla nascita di fatto è promessa sposa a Umberto di Savoia. Per questo va in collegio a studiare anche la lingua italiana. Il matrimonio è celebrato nel 1930. I due sposi vanno a abitare per un po’ a Torino, poi  a Napoli, dove nascono i loro quattro figli. Maria José (che persino dei documenti ufficiali ha sempre rifiutato di essere indicata come Maria Giuseppina di Savoia, all’italiana), adora Napoli, che considera la sua città.

Allo scoppio della seconda guerra mondiale  Umberto e la moglie si trasferiscono al Quirinale. Naturalmente, la principessa detesta Mussolini e il fascismo. Nelle ricostruzioni della sua vita si parla addirittura dell’organizzazione di un colpo di Stato vero e proprio. Nel 1938 avrebbe preso accordi con il maresciallo Rodolfo Graziani e il capo della polizia Arturo Bocchini, per far destituire Mussolini da alcuni reparti dell’esercito guidati dal maresciallo Pietro Badoglio. Il Duce avrebbe dovuto essere sostituito da un avvocato milanese antifascista. Il piano era complesso. Il re, Vittorio Emanuele, avrebbe dovuto abdicare subito a favore del figlio Umberto, che a sua volta avrebbe abdicato a favore del figlio Vittorio Emanuele, ancora minorenne. Maria José quindi sarebbe stata nominata reggente, con i Savoia, troppo compromessi con il fascismo, fuori gioco. Del piano vengono informati, e sono d’accordo, anche personalità come Italo Balbo e Galeazzo Ciano.

Piano ardito e intelligente, ma che non andrà oltre alcune riunioni nel castello di Racconigi, alle quali partecipano anche altri personaggi in vista del regime. Il colpo di Stato non inizia nemmeno, ma Maria José continua a frequentare personalità notoriamente antifasciste. Il marito, Umberto, non partecipa, ma, va detto, non fa nulla per fermare la moglie.

Nel 1939, ad esempio,  Maria José va da sola a Lucerna per assistere all’ultimo concerto europeo di Arturo Toscanini, in fuga dal fascismo. Conosce anche Thomas Mann e altri intellettuale europei, con i quali rimarrà sempre in contatto.

Mussolini, ovviamente, non gradisce questi movimenti, ma è tranquillo perché a sorvegliare Umberto e la moglie ha messo il capo della polizia in persona, Arturo Bocchini. Un po’ seccato, comunque, il Duce da ordine ai giornali di non chiamare Umberto e la moglie “i principi ereditari”, ma solo “i principi di Piemonte”.

Maria José continua a avere i suoi rapporti con tutti gli antifascisti italiani, da Benedetto Croce a Ugo La Malfa e a Elio Vittorini. L’Italia è ormai entrata in guerra a fianco dei tedeschi, e lei è sempre più convinta che l’unico modo per evitare sofferenze agli italiani sia quello di liberarsi di Mussolini. Insomma, è sempre il “piano di Racconigi”. E, di nuovo, non se ne fa nulla.

Il 6 agosto del 1943, dopo il colpo di Stato del 25 luglio, il re convoca Maria José con la quale non parlava da due anni e le ordina di andare “in esilio” con i figli in una residenza estiva dei Savoia in Piemonte.

Con l’8 settembre, armistizio con gli anglo-americani e di fatto ostilità con i tedeschi, la situazione dei reali rifugiati in Piemonte si fa complicata, anche perché la principessa viene informata di un piano di Hitler per rapire il giovane erede, Vittorio Emanuele. Non è più tempo di tergiversare. Maria José carica tutta la famiglia, più assistenti e l’ufficiale aiutante di campo, e fuggono, letteralmente, verso la Svizzera. Alla frontiera vengono fermati e non hanno niente, nessun visto di ingresso. E qui, secondo alcune ricostruzioni, avviene qualcosa che fa onore alla repubblica elvetica. L’aiutante di campo della principessa scende dall’auto e dice alle guardie di frontiera: sono qui con la principessa Maria José di Savoia e la sua famiglia e chiediamo asilo politico alla Svizzera. Le guardie svizzere sgranano gli occhi e vanno a telefonare ai superiori. Dopo qualche minuto tornano e la loro  risposta è: il governo svizzero è lieto di ospitare la principessa e la sua famiglia, se non avete un alloggio adeguato, il nostro governo sarà felice di offrirvelo.

Gli svizzeri sono gentili, ma non sciocchi e quindi controllano molto da vicino la principessa, non vogliono grane diplomatiche. Ma Maria José, secondo diverse testimonianze, riesce comunque a comprare delle armi e a farle arrivare ai partigiani italiani, e incontra più volte loro rappresentanti in Svizzera.

Nel febbraio del 1945, quando la Germania sta cadendo, la principessa decide che è ora di rompere gli indugi e di rientrare in Italia, sia pure clandestinamente.

Lo fa sugli sci, in pieno inverno, aiutata da due guide alpine a da qualche amico, di notte. Al confine italiano ad aspettarla ci sono i partigiani delle formazioni piemontesi, che le forniranno un servizio di scorta fino al castello di Racconigi, e che poi garantiranno la sua sicurezza.

Qui, secondo alcune versioni, Cino Moscatelli, a nome di tutti i partigiani italiani, le offre di assumere il comando del Corpo volontari della Libertà, in pratica di tutti i partigiani combattenti. La principessa si sarebbe dichiarata favorevole e onorata, ma sarebbe stata bloccata dal re in persona. Rimane comunque con i partigiani, con i quali festeggia, il 25 aprile, la liberazione del paese e solo a giugno sale su aereo arrivato da Roma a prenderla e torna nella capitale, dal marito.

Il 5 giugno viene informata da Umberto che l’Italia è diventata una repubblica e che loro devono partire subito per Napoli, da dove si imbarcheranno immediatamente per il Portogallo, in esilio, per sempre. La principessa chiede solo di poter stare un giorno in più a Napoli, per vedere un’ultima volta la città del suo cuore e prendere congedo. Ma Umberto è inflessibile: gli accordi con De  Gasperi sono che i Savoia se ne vadano subito, e questo bisogna fare.

Vanno quindi a Cascais, ma Maria José, la principessa ribelle venuta dal Belgio, dice che ha un problema agli occhi e parte per la Svizzera, dove si stabilirà per il resto della sua vita.

(Dal "Quotidiano Nazionale" dell'8 novembre 2015)