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Personaggi/Gabriella Degli Esposti

Fucilata a 32 anni dai nazisti. Per reazione è nato il primo e unico distaccamento tutto femminile della Resistenza italiana, a lei intitolato.

di Giuseppe Turani |











 






 




 





(Due immagini di Gabriella Degli Esposti, e delle ragazze del distaccamento partigiano "Gabriella Degli Esposti)



di Giuseppe Turani

Qualche settimana fa ha sollevato una certa impressione la notizia che fra i combattenti curdi che si oppongono all’Isis era stata costituita una brigata, denominata “Unità di protezione della donna”, costituita interamente da donne combattenti: settanta ragazze in tuta mimetica, armate di fucili mitragliatori, guidate da una di loro. Una giornalista italiana, Benedetta Argentieri, del Post International, è riuscita a intervistare la comandante, Pareen Sevgeen, e fa impressione la determinazione con cui queste donne vanno incontro al nemico.

Questa vicenda mi ricorda però che esiste un precedente italiano: il distaccamento partigiano “Gabriella degli Esposti”, probabilmente l’unica formazione tutta femminile della guerra di Liberazione.

Un distaccamento, peraltro, nato non per decisone dei comandanti partigiani, che mai avrebbero pensato a una cosa del genere, ma spontaneamente dal basso. Come è stata spontaneo l’averlo dedicata a Gabriella degli Esposti, medaglia d’oro al valor militare e alla memoria della resistenza.

La storia di questa formazione nasce dalle terribili giornate della guerra, dopo l’8 settembre. Gabriella, nome di battaglia Balella, nasce nel 1912 in un paesino vicino a Bologna da una famiglia contadina di idee socialiste. Una persona semplice, dunque. Come tante altre. All’epoca dei fatti ha già due figlie e un terza creatura in arrivo. Nonostante questo, insieme al marito Bruno Reverberi (comunista), trasforma la sua casa in una base della Resistenza. Ma non si limita a questo: partecipa anche a diverse operazioni di sabotaggio e fonda uno dei primi “Gruppi di Difesa della Donna”. Dal 13 al 29 luglio del 1944 Gabriella guida un centinaio di donne che vanno in piazza, a Castelfranco Emilia, per protestare contro la scarsità di generi alimentari e contro la guerra. Naturalmente viene subito individuata come responsabile della protesta e viene anche minacciata da un impiegato comunale.

Il 13 dicembre di quello stesso anno i fascisti locali sono preoccupati per il rafforzarsi dell’organizzazione partigiana. Insieme a un reparto di SS tedesche decidono di fare un grande rastrellamento.

La prima casa alla quale vanno a bussare è quella di Gabriella. Ma non cercano lei, cercano il marito (evidentemente erano stati informati da qualcuno). Rapida, la donna dice di non sapere niente, di essere una sfollata e di aver sentito che questo Reverberi abita in un paese vicino. Se ne vanno. Ma se che torneranno. E’ inevitabile: nel paese che lei ha indicato non c’è nessuno.

Allora fa sparire tutte le carte compromettenti, affida a un vicino, che sa essere un simpatizzante, la cassa del Comitato di Liberazione Nazionale, che lei aveva in custodia, e prega lo stesso vicino di avvisare quante più persone può del rastrellamento in corso.

E infatti le SS tornano. Gabriella tiene per mano la figlia di 12 anni, Savina Reverberi: cominciano subito a pestarla. Ma lei non dice niente, continua a sparare bugie: “Mio marito è fuori per lavoro, non so quando torna”.

I tedeschi perdono la pazienza e la portano via. Il giorno dopo quattro reparti di SS organizzano un grosso rastrellamento e catturano settanta persone. Le cronache dell’epoca dicono che vengono tutti concentrati in un unico posto e per tre giorni in paese si sentono urla e lamenti. Compresi quelli di una donna, certamente Gabriella. Nessuno, però, dice niente.

Pochi giorni dopo, nel pomeriggio del 17 dicembre, una decina di prigionieri vengono portati sulle rive del fiume Panaro: tutti fucilati. I cadaveri vengono abbandonati nella neve.

E’ soltanto il 20 gennaio che il parroco di San Cesario viene a sapere, in confessionale, dell’eccidio. Parte una piccola delegazione (rappresentanti del tribunale e della polizia mortuaria), vanno sul posto indicato e, sotto la neve, trovano i cadaveri.

Fra questi c’è anche quello di Gabriella, insieme a quello di dieci altri, straziato in un modo che non si può nemmeno raccontare.

L’uccisione della donna solleva un’enorme impressione nella zona. Al punto che molte ragazze decidono di riunirsi e di entrare nella Resistenza: andranno in combattimento, faranno da mangiare, le infermiere, le sarte, le staffette. Per onorare Gabriella decideranno di chiamare il loro distaccamento “Gabriella degli Esposti”.

In quel  momento sono l’unica formazione parigiana tutta femminile e resteranno anche l’unica per tutta la durata della guerra.

Gabriella, che è morta a 32 anni, salvando moltissimi partigiani, verrà poi coperta di onori. Ma due sono probabilmente i più significativi. Sul luogo dove furono ritrovati i cadaveri, gli allievi della scuola Pacinotti di San Cesario sul Panaro hanno eretto un monumento. La televisione tedesca ha realizzato un filmato per raccontare la storia di Gabriella.

La formazione partigiana a lei intitolata, poi, finita la guerra, si è sciolta. E le combattenti sono tornate tutte nelle loro case: operaie, contadine, casalinghe.

(Dal "Quotidiano Nazionale" del 27 settembre 2015)