Uomini&Business - Direttore Giuseppe Turani

Voglio una maglietta cinese

Perché Trump fallirà. Il benessere non si crea con i dazi e le dogane.

di Giuseppe Turani |

E’ passata un po’ sotto silenzio la risposta del leader cinese Xi Jinping a Donald Trump: ”Vinceremo ogni guerra commerciale”. Ma è così. Il protezionismo del nuovo presidente americano, oltre a avere aspetti ridicoli, è una cosa non praticabile a lungo.

L’economia è globalizzata per la semplice ragione che non poteva essere diversamente.

E in un’economia globalizzata è previsto (anzi, è salutare) che certe produzioni emigrino. Già da anni dagli Stati Uniti se ne sono andate l’industria fotografica, quella degli hi-fi e anche quella dei computer. Eppure, come ebbe a dire il premio Nobel Paul Samuelson, “questo non ha ridotto la qualità della mia prima colazione”.

Ma come? L’occidente è in crisi, disoccupati da tutte le parti, ceti medi in caduta libera. Samuelson dice sciocchezze. No. C’è solo un po’ di confusione. Fino al 2007 le cose funzionavano e tutti questi lamenti contro la globalizzazione non c’erano. Poi il mondo è entrato in crisi e le lagne contro la globalizzazione sono cominciate.

Chissà perché si è trascurato di dire, e di spiegare, che la più grande crisi dopo quella del 1929 non è partita dalla globalizzazione, ma da una storia tipicamente americana, e cioè dai famigerati titoli sub-prime. Di questa vicenda, però, non parla più nessuno e tutti si accapigliano sulla globalizzazione, che ha il solo torto di aver portato un po’ di benessere al mondo e di aver trovato un lavoro (e uno stipendio) a qualche miliardo di persone. I più avvertiti, da sinistra, se la pigliano con la finanza internazionale, che sembra un buon bersaglio, dimenticando che i titoli sub-prime sono una cosa di sinistra.

Non a caso li aveva varati Bill Clinton e per uno scopo nobile: consentire anche agli immigrati senza beni al sole (e quindi senza possibili garanzie) l’acquisto di un’abitazione. E questo per integrarli più rapidamente nella realtà americana. Poi la diffusione di questi titoli e il crollo del mercato edilizio, hanno fatto il resto, insieme all’avidità di banche e banchieri che hanno messo su un pasticcio orribile. A tutto ciò va infine aggiunto il pessimo comportamento della politica: si è lasciata fallire la Lehman Brothers (seminando il panico nel mondo) sperando così di “dare una lezione” a Wall Street. Una volta compresa la bestialità di lasciar fallire una banca d’affari operante in oltre 150 paesi, si è intervenuti e nessuno è più stato libero di fallire. Non solo: all’epoca dell’esplosione della crisi il valore dei titoli sub-prime in circolazione era modestissimo: se con un piccolo assegno la Casa Bianca o la Federal Reserve li avessero acquistati (e poi bruciati), non sarebbe successo niente e il costo dell’operazione sarebbe stato infinitamente inferiore a quelli della crisi che i sub-prime hanno innescato.

La globalizzazione, quindi, non c’entra niente con la crisi contro cui stiamo ancora combattendo.

E la risposta non è il protezionismo. Non lo è mai stata, e oggi meno che mai. Il presidente Trump, che crede di amministrare l’America, con frequenti lanci via Twitter, dovrebbe rendersi conto che lo sta facendo usando apparati (telefoni o iPad) quasi certamente prodotti in Asia. Gli stessi gadget per la sua campagna elettorale (cappellini, magliette, ecc.) sono di fabbricazione asiatica. E i suoi hacker anti-Clinton stavano in Bulgaria e Romania, posti così, da costi molto bassi.

Ma lui insiste: “comprate americano, assumete americano”. Fosse così facile. Si compra quello che costa meno e si va a fabbricare dove è più conveniente. E’ una cosa elementare, come la legge di gravità: mai visto i sassi sollevarsi da terra. Se i messicani sono capaci di produrre un Suv a 20 di costo, perché devo ostinarmi a farlo costruire in America magari al costo di 40? Che senso ha tutto questo?

Ma non basta. A Trump stanno spiegando, ma ancora non capisce, che se l’America vuole fare la faccia feroce “no prodotti extra-America”, la stessa può fare il resto del mondo: “no a prodotti americani”.

La strada è già stata indicata e qualcuno ci si infilerà di sicuro: basta non riconoscere i brevetti e le licenze dei prodotti americani. Trump fa il duro? Bene, la Cina copia tutto quello che vuole (dal software ai medicinali) e non versa più un solo dollaro di diritti agli Stati Uniti (l’ha fatto per anni l’Urss con i diritti d’autore dei libri). La stessa cosa può fare l’Europa. Risultato: fallimenti a catena negli Stati Uniti, anche di aziende di prima grandezza.

Ma non è finita. Oggi tutti i giganti dell’informatica (da Google a Facebook) sono a dimensione mondiale, pur essendo americani. Gli si proibisce di operare in paesi che non siano gli Stati Uniti? E le varie Cisco, Oracle, Ibm, ecc., che vendono preziosi servizi alle aziende straniere, che fine fanno? Si fa loro pagare il 20 per cento in più di tasse quando lavorano fuori dall’America?

E’ ovvio che lungo la strada del protezionismo si profila un mondo paradossale, nel quale la prima a trovarsi malissimo sarebbe proprio l’America. A meno che non mandi in giro portaerei e marines a ristabilire l’ordine imperiale.

Insomma, se Trump vuole il Far West, deve capire che tutti possono sparare, non solo lui. Non può immaginarsi di essere l’unico sceriffo in città.

Ma allora non esiste difesa contro la globalizzazione? No. Esattamente come non esiste alcuna difesa contro il risveglio primaverile dei campi e lo sbocciare dei fiori.

Ma allora l’Occidente può solo soccombere? No. Se una produzione a basso valore aggiunto (tipo fabbricazione fisica degli iPad) emigra, io devo inventarmi qualcosa di più avanzato. E infatti la progettazione degli iPad e di tutto il resto è rimasta nella Silicon Valley, mica è andata in Cina.

Il problema sorge quando, come nel caso italiano, sono lento nello “spostare in avanti” la mia frontiera produttiva e poi mi lamento perché altri fanno i miei stessi prodotti con costi più bassi.

Per concludere, la globalizzazione disegna un mondo competitivo. E nella competizione ci si deve muovere. Se si sta fermi, si è già perso. E si comincia a gridare contro la globalizzazione. Che è un po’ come gridare contro la Luna.