Uomini&Business - Direttore Giuseppe Turani

Guerra di parole

Bruxelles vuole da Roma 3,4 miliardi di tasse in più. Il governo nemmeno ci pensa.

di Giuseppe Turani |

Quello che si è aperto fra Roma e Bruxelles, la sfida dei 3,4 miliardi di tasse in più che la Commissione vorrebbe veder applicate e il nostro governo ovviamente no, sembra uno di quei litigi fra fidanzati alla vigilia delle nozze per il colore delle bomboniere, litigi che poi finiscono in niente.

La ragione è abbastanza semplice: entrambi i contendenti hanno appunto ragione.

Bruxelles deve cercare di mantenere un certo rigore. In parte perché è stata nominata proprio per questo, in parte perché è ovvia la tendenza dei singoli Stati a sforare, vuoi per fare qualcosa di extra, vuoi perché  non gli va di spremere ancora cittadini già spremuti abbastanza.

L’Italia ha molte carte dalla sua parte. In fondo si è sempre comportata abbastanza bene, ha una congiuntura un po’ stentata (e nuove tasse non potrebbero certo aiutarla). Inoltre 45 mila scosse di terremoto, con alcune Regioni quasi da ricostruire per intero, non ha certo soldi da buttare.

Ma probabilmente tutto finirà in niente, in una tira e molla infinito, per ragioni più politiche che economiche. Bruxelles non ha alcun interesse a calcare la mano fino in fondo, l’euro e la Commissione stessa non godono di molta popolarità in questo momento, populisti anti-euro e anti-Unione stanno facendo proseliti (e raccogliendo voti) lungo tutte le contrade d’Europa, ci mancherebbe anche una guerra dura con l’Italia. Qui scoppierebbe una rivolta e i populisti anti-Europa andrebbero al 92 per cento. Quindi Bruxelles grida, fa la faccia feroce, ma giusto quel tanto che basta.

L’Italia, d’altra parte, è un paese un po’ in bilico: senza l’ombrello dell’Europa (contrariamente a quello che pensano Salvini e Grillo) andrebbe a fondo nel giro di pochi giorni o addirittura di poche ore. E poi risalire sarebbe molto, ma molto difficile.

In sostanza, entrambi i contendenti sono tenuti a alzare un po’ la voce, ma nessuno dei due ha interesse (e nemmeno la possibilità) di sbattere la porta di casa. La Commissione non può rischiare di ritrovarsi con uno dei maggiori paesi dell’Unione sul piede di guerra e furioso. E l’Italia non può certo scendere in armi contro l’Europa perché sarebbe un suicidio.

Esclusa quindi la guerra totale, ai due contendenti non rimane che quello che vediamo oggi: ultimatum, qualche minaccia, da Bruxelles e accorate difese da parte nostra.

Insomma, parole. Tantissime parole, anche un po’ acide. Ma niente di più.

(Dal "Quotidiano Nazionale" del 28 gennaio 2017)