Uomini&Business - Direttore Giuseppe Turani

Bersani in fila da Grillo

E' già stato umiliato nel 2013, ma ci vuole riprovare.

di Giuseppe Turani |

Bersani passava, e presso alcuni passa ancora, per una persona ragionevole. Ma non è vero. Il suo ultimo ragionamento politico è paradossale, lascia perplessi e sembra l’inevitabile coda della scemenza fatta il 4 dicembre, e ancora prima, mettendosi contro il referendum e il suo segretario. In sostanza, seguendo D’Alema si è infilato in una terra di nessuno che non porta da nessuna parte e allora gli tocca dire cose senza senso per giustificare quello che ha fatto.

Il flash back è impietoso. Con la decisione di uscire dal Pd e di dare vita a un altro partitino, Bersani non si è lanciato in una ricca pianura piena di possibili consensi, ma in un terreno angusto, accidentato e dove già scorrazzano altri gruppi e gruppetti. Insomma, un po’ come decidere di vendere gelati al polo Nord.

In realtà, esaminando le decisioni di Bersani e dei suoi amici con tutta la benevolenza possibile non si vedono molte ragioni politiche.

Necessità di abbattere Renzi per avere mutato la natura del Pd? Accettiamo l’ipotesi. Ma si pensa che la strada sia quella di fare il 32 esimo partitino di sinistra, con il 3 per cento dei voti? Con quella forza, in politica, si può solo fare del piccolo cabotaggio, pretendere qualche poltrona di seconda fila. Che scelta politica è? Ridicola.

E infatti l’unica spiegazione possibile per i  comportamenti di Bersani è quasi di tipo psicologico. Quando si è capito che la battaglia dentro il Pd sarebbe stata perdente (perché il consenso di Renzi era troppo forte) si è scelto di uscire, bollando lo stesso Renzi con il marchio di infame.

In sostanza, Bersani con la sua uscita si è bruciato tutti i ponti alle spalle. Se lui decidesse domani di rientrare nel Pd, i suoi ex compagni non ucciderebbero il vitello grasso, ma darebbero mano alle scope per ricacciarlo fuori, tanto li ha offesi e vituperati.

Quindi è un uomo con una storia di sinistra, amici di sinistra, che però non può più tornare a sinistra, nel Pd e non può nemmeno pensare di farci, un giorno, alleanze. Di sinistra, a questo punto, c’è solo quella foresta a sinistra del Pd, frammentata di piccole formazioni (dai troskisti agli stalinisti), molto colorite, ma del tutto inconsistenti sul piano politico. Tutto materiale anche divertente, ma fragile, molto rissoso, insofferente verso qualsiasi leadership, il più inadatto per fare politica sul serio, e comunque siamo sotto la linea del 10 per cento sommandoli tutti, come si fa con le mele e le pere).

Ma Bersani, nonostante tutto, è uno che vorrebbe fare politica sul  serio. Non ha mai fatto altro nella vita.

Gli è bastato un giro di orizzonte per capire che l’unica possibilità è appunto il Movimento 5 stelle. Loro, si ritiene, dopo le elezioni avranno una consistenza tale da consentire di fare un governo, e quindi di fare politica.

Ma, per seguire questa linea, prima i 5 stelle (la più tremenda accozzaglia mai arrivata in un parlamento) vanno legittimati. E Bersani sa come si fa. Si dimentica tutto (Grillo, la S.r.l., la democrazia diretta, gli assalti al parlamento, le scie chimiche, le sirene, i vaccini) e si spiega che, certo, saranno quello che saranno, ma sono l’unico argine contro una possibile destra eversiva e violenta.

Rappresentata dai quei quattro sfaticati di Casa Pound, che la polizia si potrebbe mangiare prima di colazione, con un paio di furgoni? Oppure rappresentata dalla neo-mamma Giorgia Meloni, che per l’occasione torna a indossare gli anfibi? Oppure dallo squinternato Matteo  Salvini, con il suo esercito di giocatori di scopone seduti al bar, già rimbambiti di barbera alle 9 di sera?

E’ evidente che evocare oggi lo spettro di una destra eversiva e violenta può solo far ridere. I personaggi sulla piazza sono noti, al massimo possono  andare in strada a fare un po’ di gazzarra (ma alle otto, tutti a casa, c’è il risotto). Niente che la polizia non possa tenere sotto  controllo. Forse basterebbero anche i vigili urbani.

Una destra vera, però, c’è. E è appunto quella che Bersani indica come argine: i 5 stelle. Non perché siano pronti a menare le mani o a fare chissà che (Di Maio in mimetica che arresta i parlamentari più che altro sarebbe un film comico). Sono la vera destra pericolosa perché sono fascisti. Perché  non hanno alcun rispetto delle norme costituzionali, non hanno democrazia interna e soprattutto sono convinti che l’Italia del futuro debba essere una società silvo-pastorale (collocabile negli anni 30-40) e dove il benessere verrà da magiche stampanti di denaro, che loro stesse azioneranno giorno e notte. Il tutto sotto la dittatura di un comico balordo e di una S.r.l. che cerca di far quadrare i propri bilanci.

La riprova che Bersani è fuori strada viene comunque dagli stessi 5 stelle, che lo hanno già mandato a quel paese. Non hanno voluto fare accordi con lui nel 2013 (quando contava parecchio) e non li vogliono fare oggi (quando non conta più nulla). Quando è un specie di esule in patria, un caso umano prima che politico

Forse, ma ne dubito, nel  caso di un governo a 5 stelle, potrebbero anche imbarcarlo, ma giusto come alibi, per coprirsi un pochino a sinistra. E’ questa la possibile fine di Bersani, un uomo che stava per diventare presidente del Consiglio?

Mi rifiuto di crederlo. Spero che torni a casa, che si compri un cane e che si trovi un panchina.

(Da "Tiscali.it" del 23 marzo 2017)