Uomini&Business - Direttore Giuseppe Turani

Da Wall Street champagne per Trump

I listini sono sui massimi, una festa, per ora.

di Giuseppe Turani |

Wall Street vola, la grande finanza plaude al candidato populista che aveva promesso di combatterla e le quotazioni sembrano aver innescato il turbo. Ma a Wall Street non dovevano essere in lacrime, affranti, decisi a vendere tutto e a ritirarsi su isole deserte e senza acqua corrente? Cosa è successo?

Una cosa molto semplice: Trump è stato eletto davvero. Ci sono contestazioni, ma niente di preoccupante. In una grande democrazia c’è sempre chi, giustamente, protesta.

Ma gli affari sono affari. E le prime mosse di Trump sono state azzeccate. Ha riunito i grandi dell’industria e ha ottenuto la promessa che investiranno, da ora in avanti, in America. Non si sa quanto la cosa sia intelligente (probabilmente poco, per chiunque sia stato almeno da giovane un po’ ricardiano). Ma al momento tutti gli hanno detto di sì. E’ il presidente, gli basta una firma sotto un ordine esecutivo per creare danni enormi, meglio non contraddirlo. E lasciarlo fare.

Secondo molti analisti, peraltro, Wall Street sarebbe già andata oltre il giusto, con dei P/E un po’ da paura. Per certe società servirebbero più di 20 anni di utili costanti per ripagare il prezzo di acquisto delle azioni.

Ma a tutto questo si penserà dopo. Adesso bisognava organizzare una festa per Trump, che ha anche promesso un taglio fortissimo delle imposte sulle società. E allora, via  con i listini che corrono.

Mica difficile. A Wall Street stanno semplicemente applicando una tecnica che conoscono benissimo. Le aziende in utile dedicano un po’ di soldi a fare qualche investimento (così il presidente va in tv e sorride). Con il resto degli utili fanno una cosa semplicissima: comprano le proprie azioni (buy-back), che così salgono e danno l’impressione che sia appena partita una nuova era di benessere. Come mettersi davanti allo specchio e gridare: “Dio, quanto sei figo”.

Intanto si aspetta di vedere che cosa farà Trump. Finora, come un imperatore romano, si è limitato a firmare ordini esecutivi nello studio ovale. Ma prima o poi dovrà andare davanti al Congresso e al Senato, e non è così sicuro che approveranno la sua visione keynesiana dell’America. Magari gli dicono di stare un po’ più calmo e di spendere meno, di fare meno promesse. Dopo i giorni della gloria, insomma, arriveranno quelli dei conti. Meno facili, probabilmente.

Un po’ più avanti si vedranno anche i frutti (inevitabilmente amari, anche se oggi c’è chi gongola) di una politica protezionistica nel terzo millennio, basata su questa idea elementare: nessuno deve venire qui a vendere roba, ma io venderò in tutto il mondo, perché sono il più forte e sono l’America.

Un pazzo? Per ora nessuno osa dirlo. Stanno ancora, tutti, mangiando la torta e bevendo champagne (francese, ovviamente), anche a Wall Street.

Insomma, per adesso facciamo correre i listini, così un po’ di americani entusiasti entrano in Borsa.

Poi, verrà anche il momento di scendere. Ma per adesso, tutti in festa.