Uomini&Business - Direttore Giuseppe Turani

"Pretendete anche che lavori?"

Le contraddizioni di Trump: più catene di montaggio per auto o più "mondo nuovo".

di Giuseppe Turani |

Difficile, forse impossibile, capire che cosa stia passando per la testa degli inglesi. O, meglio, dei loro rappresentanti politici. E in particolare del premier, la signora May. Fino a ieri si pensava che in cuor loro ritenessero uno sbaglio il referendum sulla Brexit e che quindi si apprestassero a tirare per le lunghe, ammorbidendo e immaginando una sistemazione che salvasse capra e cavoli.

Invece no. La signora May ha ritrovato toni da Inghilterra delle cannoniere e si è messa addirittura a fare delle minacce.

Il suo progetto, per quel che si è capito, è molto semplice: Global Britain. Da soli, senza più quei noiosi di Bruxelles fra i piedi faremo dell’Inghilterra una potenza globale. E ha aggiunto: se l’Europa ci metterà il bastone fra le ruote, trasformeremo l’isola in un paradiso fiscale e poi staremo a vedere che cosa resta dell’Europa.

Sul primo punto (Global Britain) va detto che la May e i suoi amici sono in ritardo di quasi un secolo. L’idea di fare della Gran Bretagna una potenza mondiale e globale è un po’ come pretendere di riportare i gladiatori nel Colosseo: è semplicemente anti-storica. Le potenze globali, oggi, sono altre, soprattutto Usa e Cina. L’Inghilterra può essere solo un vaso di coccio fra questi. E’ molto probabile quindi che Global Britain si riduca alla fine a fare la serva sciocca dell’impero americano, cioè della sua ex-colonia. E quindi farà quello che il nuovo padrone le consentirà di fare.

La seconda idea, fare dell’isola un sorta di maxi paradiso fiscale per gli europei, è assai più interessante e minacciosa. Ma è anche velleitaria. Avrebbe certamente una discreta attrattiva sul mondo degli affari del Vecchio Continente. Ma è anche certo che, se messa in atto, la minaccia aprirebbe una guerra commerciale di grandi proporzioni con l’Europa, che potrebbe applicare tasse spaventose su qualunque genere di attività originata in Inghilterra.

Insomma, il tutto si riduce a propaganda. L’unica cosa certa è che, avendo rinunciato a costruire un “polo” insieme agli europei, l’Inghilterra si lega mani e piedi agli Stati Uniti, di cui diventerà una sorta di filiale oltre Atlantico. E, come tutte le filiali, dovrà vivere all’ombra della casa-madre, che deciderà tutto.

Più interessante il ragionamento del premier cinese, Xi Jinping, che è andato a Davos in una sorta di maxi-convegno del capitalismo mondiale a difendere liberismo e globalizzazione.

Verrebbe da dire, e è un gioco retorico facile, che lui ha capito quello che la signora May, con alle spalle tutta  la storia e la cultura inglese, non ha capito: e cioè che non si deve ostacolare il libero gioco del mercato (liberismo) e che gli scambi mondiali (globalizzazione) sono comunque una buona cosa. Grazie a questi due elementi negli ultimi dieci anni un miliardo di persone sul pianeta ha abbandonato l’area della povertà e ha cominciato a prendere uno stipendio e a mangiare tutti i giorni.

Ma come mai Xi Jinping, un funzionario comunista cinese, è più “intelligente” del premier inglese? Del premier di un paese nel quale liberismo e globalizzazione sono nati?

La risposta non è complessa. I cinesi, dopo la loro rivoluzione guidata da Mao, hanno provate tutte le strade, senza riuscire mai a portare un po’ di benessere ai loro cittadini. Anzi, spesso impoverendoli ancora di più.

Quando, infine, hanno scoperto il libero mercato e la globalizzazione (che consente loro di esportare merci e servizi ovunque) sono finalmente decollati e oggi si calcola che ogni anno 50-60 milioni di cinesi escano dall’area del malessere per entrare in quella del benessere, ovviamente modesto e relativo all’inizio.

Insomma, la grande rivoluzione aveva abbattuto il medioevo cinese. Ma solo il liberismo e la globalizzazioni hanno portato ricchezza e benessere. E, si spera, un domani non troppo lontano, anche una maggior libertà. I cinesi, in conclusione, sanno perché hanno visto. Gli inglesi, anni fa, hanno visto anche loro (vi hanno costruito sopra la loro potenza), ma se ne stanno dimenticando.

Più intricato il caso di Donald Trump e della sua America. La sua idea di “compra americano, assumi americano (ma cerca moglie slovena)” può sembrare interessante a prima vista e c’è già chi certifica la fine della globalizzazione, cioè di un fenomeno che esiste grosso modo dai tempi di Adamo e Eva (senza scambi con la savana africana, noi non esisteremmo nemmeno). La verità è che nei momenti di crisi tutti i paesi hanno la tendenza a controllare di più gli scambi e a diventare quindi un po’ protezionisti. In realtà, senza scambi il mondo si ferma. E quindi la globalizzazione viene sostituita con accordi bi e tri-laterali. Poi si torna alla globalizzazione perché ci si accorge che la libertà di scambi fa bene a tutti.

Inoltre, va detto che nel presente momento storico la globalizzazione ha significato il decollo di alcune aree prima confinate quasi nella preistoria e quindi nel mondo sono apparsi almeno due miliardi di nuovi lavoratori. Una parte del benessere “occidentale” è scivolato verso quelle aree, creando problemi in America e in Europa (che dovranno accontentarsi di un minor benessere, almeno in una prima fase).

Questo spiega il paradossale conflitto fra il leader cinese e Trump e la May: Xi con la globalizzazione migliora ogni giorno la vita del suo immenso popolo, gli altri due devono fare i conti con un benessere che si riduce (a favore dei cinesi e degli altri emergenti, che non sono più solo consumatori, ma anche venditori di qualcosa).

Tutti e tre, quindi, sembrano agire in modo logico, pur difendendo tesi opposte.

In realtà, Trump e la May si stanno solo nascondendo dietro le barricate protezionistiche: il futuro non è quello di chiudere le frontiere, ma di andare più avanti rispetto ai cinesi e agli altri emergenti.

Il futuro, insomma, non è più catene di montaggio per auto in America (“Passo qui dentro otto ore al giorno e pretendete anche che lavori?”, diceva una scritta sul muro di cinta della  General Motors a Detroit). Il futuro sta nelle nuove tecnologie, nano, bio e, ancora, informatica. I giovani americani meritano di meglio che non un’altra catena di montaggio (o della cucine di MacDonald).

Il protezionismo, in fondo, è la difesa dei deboli. E porta alla decadenza, non allo sviluppo e alla crescita, anche se all’inizio può sembrare interessante.