Uomini&Business - Direttore Giuseppe Turani

Gli sciacalli e la neve

Tutti esperti in disastri di montagna, tutti pronti a denunciare errori (veri o finti), il festival dei leoni da tastiera. (Si scava alla luce delle fotoelettriche, di notte)

di Giuseppe Turani |

La tragedia che si è abbattuta sull’Italia ha generato una quantità di sciacalli quasi inimmaginabile. Certamente molto più numerosa delle forze sul campo: settemila membri della Protezione Civile, interi reparti dell'Esercito. Undici turbine, quindici elicotteri, trentacinque spazzaneve.

La protezione civile, i volontari, i carabinieri, la guardia di finanza, i vigili del fuoco (che si sono calati con l’elicottero dentro l’albergo distrutto perché non c’era altro modo, come in un’operazione di commando) hanno fatto cose in questa bufera che un giorno qualcuno ricorderà.

Ma gli sciacalli sono stati implacabili. “Mia zia sta in un paesino, e è senza luce da due giorni”, “Gli elicotteri sono fermi e non volano per questioni burocratiche” (se ne sono alzati in volo non tre, ma 15). “Abbiamo telefonato, ma non ci hanno presi sul serio”, più che probabile in quell’immenso casino.

Insomma, tutti hanno trovato qualcosa da ridire. Aiutati in questo anche dalla Tv e dai giornali che, soprattutto il primo giorno, hanno soffiato molto sul malcontento e gli eventuali disservizi.

Così, quella che è stata un’operazione di intervento straordinaria dentro una tragedia mai vista, si è trasformata in un’occasione per risse, recriminazioni, sciacallaggi. Con i soliti leghisti e 5 stelle in prima fila.

Con settemila uomini sul campo, e probabilmente altrettanti nelle retrovie a fare da intendenza e collegamento, è possibile che ci sia stato qualche errore.

Ma il giudizio va dato all’insieme dell’operazione, non sul fatto che mio cugino è rimasto senza luce e a mia zia è morto il cane.

La mobilitazione  non è stata inferiore a quella registrata in agosto, quando gli aiuti sono partiti da tutta Italia poche ore dopo la prima scossa di terremoto. Ma anche gli sciacalli sono scesi in campo, soprattutto sulle tastiere, al calduccio nelle loro casine.

Nei loro confronti non ci sono commenti possibili, purtroppo. Non capiscono e non vogliono capire.

E’ per questo che ripropongo la dettagliata cronaca del “Messaggero” su cosa si è fatto per arrivare a cercare superstiti nell’albergo di Rigopiano.

A un certo punto (ma lo leggerete nella cronaca) anche le potenti macchine (le frese, che strappano la neve e la gettano ai lati, 700 metri all’ora) hanno dovuto fermarsi davanti all’intrico di alberi e cavi caduti, e un drappello di volonterosi (guardie di finanza, credo) hanno preso gli sci di montagna, con le pelli di foca, e passo dopo passo hanno scalato la montagna, al buio e cercando di indovinare la strada. Quando sono arrivati il buio era tale che non sono riusciti a vedere niente, se non un grande mucchio di macerie e hanno cominciato a scavare con le mani.

Il resto, più altri particolari, li potete leggere qui sotto nella cronaca esemplare del “Messaggero”.

 

* * *

"Rigopiano, ore per raggiungere l'hotel con le jeep: l'odissea nella neve. Quando finalmente sono arrivati lassù, a 1.200 metri, in molti sono scoppiati in lacrime: 10 ore di fatica bestiale arrancando tra muri di neve e un vento gelido per trovare un pugno di macerie. Vigili del fuoco, poliziotti, carabinieri, uomini del Soccorso Alpino e della Guardia di Finanza, medici, paramedici e volontari della Protezione Civile hanno impiegato una notte intera per raggiungere l'hotel Rigopiano, una notte infernale e assurda, fatta di dolore e ingegno per risolvere i problemi. Il loro viaggio è cominciato verso le 18 di ieri, quando l'allarme lanciato da Giampiero Parete, uno dei due sopravvissuti, è arrivato nelle centrali operative. C'è un hotel completamente isolato in una frazione di Penne», è stata la prima comunicazione. Le colonne si sono mosse dall'Aquila e da Pescara, ma subito ci si è resi conto che salire i tornanti che da Penne portano nel cuore del Gran Sasso, sarebbe stata un'impresa.

Da Penne all'hotel, infatti, sono meno di 25 chilometri, massimo mezz'ora di macchina in condizioni normali. Ma non oggi: usciti dal paese, ogni 500 metri la neve aumenta di 20 centimetri. Imboccato il bivio per Fivirola, l'ultimo paesino prima dell'hotel, il silenzio è totale, come il manto bianco che avvolge tutto e che raggiunge il metro d'altezza. I mezzi passano a fatica, alcuni con le catene montate a tutte e quattro le gomme, ma passano.

Attorno alle 19 le avanguardie già sono in contrada Cupoli, quattro case e un bar dove abitano anche alcuni dei dipendenti dell'albergo: mancano solo 11 km al Rigopiano ma la neve raggiunge i due metri e i telefoni cellulari non prendono: i soccorritori parlano tra loro e con le rispettive centrali soltanto via radio. Ed è qui che inizia l'odissea, quella vera. Fatti i due primi tornanti, il muro di neve ai bordi della provinciale copre completamente i cartelli stradali; la strada è ridotta ad un'unica carreggiata: se passa qualcuno nel verso opposto bisogna fare centinaia di metri in retromarcia nella neve e, in diversi punti, gli alberi crollati per la troppa neve riducono ancora l'asfalto percorribile.

Si decide così di fermare i mezzi pesanti, si va avanti solo con le campagnole. Ad aprire la strada è una turbina, una macchina che serve a strappare la neve dall'asfalto e spararla di lato. Attorno alle 22 i mezzi imboccano l'ultimo tratto di strada, i 9 km dal bivio di Rigopiano all'albergo.E dietro la prima curva l'avanzata s'arresta: la macchina incontra alberi e rami sulla sua strada. Se prosegue, la fresa - che impiega un'ora per fare 700 metri - si rompe e addio hotel. Tocca ai vigili del fuoco con le motoseghe, aprire la strada. Sotto la neve che continua a cadere e con almeno 5 gradi sotto zero. Così, non s'arriva. Quattro uomini del Soccorso Alpino della Guardia di Finanza e del Soccorso Alpino civile, a mezzanotte, si sganciano. Con gli sci con le pelli di foca ai piedi cominciano a salire, lentamente, tra la bufera di neve. Quattro ore d'inferno. «Siamo arrivati stamattina verso le 4 - racconta il maresciallo della Gdf Lorenzo Gagliardi - abbiamo dovuto utilizzare gli sci d'alpinismo per scavalcare i muri di neve. In alcuni punti non si vedeva neanche dove fosse la strada».

E quando arrivano su capiscono che la situazione è drammatica. Ma è ancora buio pesto e non possono rendersi conto di quel che lì attenderà poche ore dopo. Riescono, però, a raggiungere i due sopravvissuti, Fabio Salzetta e Giampiero Parete, che solo per un caso si trovavano fuori al momento dell'arrivo della slavina. Qualche chilometro dietro, intanto, si continua ad avanzare lentamente. La luce dell'alba consente agli elicotteri di alzarsi in volo e finalmente si capiscono le dimensioni della tragedia e le difficoltà di chi deve cercare di salvare più vite possibili. Quelle auto incolonnate tra gli alberi, in un mare di neve, sembrano le vecchie carovane dei pionieri che attraversavano l'Alaska in cerca di oro.

Attorno alle 8 del mattino la turbina si ferma: è finito il gasolio. Le riserve ci sono ma sono un paio di chilometri indietro. Così una ventina di vigili del fuoco prende una tanica a testa e torna indietro a piedi nella neve, fa rifornimento dagli altri mezzi e torna indietro, consentendo alla macchina di ripartire. E arriva anche 'il brucò, un mezzo cingolato che può trasportare fino ad otto persone. È quasi mezzogiorno quando la colonna imbocca l'ultimo chilometro, il più difficile. Gli alberi crollati sono ovunque e una nuova slavina rallenta ancora l'avanzata. «Mai vista così tanta neve. Mai trovata una situazione così difficile» racconta esausto chi scende. Finalmente i mezzi riescono ad aprirsi il varco giusto, ma gli ultimi 300 metri vanno fatti a piedi. Per forza. Viene così creato un 'parcheggiò spazzando via centinaia di metri cubi di neve.

E, con la neve alle ginocchia, i soccorritori arrivano finalmente all'hotel e, 10 ore dopo aver cominciato, possono finalmente iniziare il loro lavoro. Verso le 15 qualche mezzo comincia a scendere dall'hotel, a breve arriverà il cambio. Dentro ci sono facce distrutte, stralunate, sconvolte. Come è lassù? «Non c'è più niente». (Messaggero).