Uomini&Business - Direttore Giuseppe Turani

Il rumore di un paese immobile

L'Italia non crescerà mai. La politica urla, ma non ha idee, non fa le riforme.

di Giuseppe Turani |

L’Italia non crescerà mai più. Nessuno di noi contemporanei avrà il piacere di vederla crescere in misura significativa, continuerà a oscillare fra lo zero e il + 1 per cento (spesso senza raggiungerlo). Di fatto continuerà la stagnazione in cui siamo immersi da vent’anni e più.

La recente revisione del Fondo monetario internazionale, che ci spinge sotto l’1 per cento tanto nel 2016 quanto nel 2017 e nel 2018, non è un incidente di percorso: è l’Italia nella quale viviamo. Un’Italia che cresce cinque volte meno rispetto alla media mondiale (nella quale entrano però tigri asiatiche e africane), e in ogni caso metà rispetto alla  media europea.

Naturalmente, nel piccolo mondo nel quale viviamo è cominciato il dibattito e alcuni volonterosi cercano di spiegare che tutto questo insuccesso è colpa di Renzi e delle sue politiche. Ma si tratta di un dibattito nel quale non vale nemmeno la pena di entrare tanto è ridicolo. Siamo in questa condizione da vent’anni, se non di più. Renzi andava al liceo e alle riunioni dei boy-scout.

In realtà, si sta sotto l’1 per cento di crescita perché il paese non riesce a fare di più. E’ appesantito dai debiti pregressi, da una burocrazia spaventosa, da una legislazione forse ancora più spaventosa, e da infinite consorterie frenanti (dalla magistratura ai sindacati).

La politica è fatta, in buona sostanza, da tutti quelli che ci hanno accompagnati in questo disastro. Gli unici “nuovi” (se non altro per ragioni di età), e cioè Salvini, Meloni e i 5 stelle sono, se possibile, ancora peggio degli anziani. Propongono cose senza senso, puri deliri, infusi magici (il ritorno alla lira). Nel loro entusiasmo non vedono che ci stanno trascinando verso una sorte di tipo venezuelano.

Renzi avrà probabilmente sbagliato qualcosa, ma era sulla strada dello smontare questa Italia così come è fatta: e questo era il suo valore aggiunto rispetto a tutti gli altri. Forse non avrà fatto la politica economica migliore del mondo, ma una cosa l’aveva capita: con questa Italia fatta così non si va da nessuna par te, si sta per l’eternità sotto la linea dell’1 per cento di crescita, fino a quando  anche questa linea comincerà a essere un miraggio.

Non interessa, qui oggi, il dibattito sulla riforma costituzionale da lui proposta. In parte perché è già stata bocciata, ma soprattutto perché al di là di tutto aveva un merito: riconosceva che con questa Italia e con questo Stato è illusorio pensare di poter fare di meglio. Se non si accetta questo, è inutile continuare a discutere.

Gli storici diranno quando è successo che l’Italia è diventata un paese condannato all’insuccesso. In via provvisoria, si può indicare il luglio del 1992, quando la lira è costretta a uscire dal sistema monetario europeo, a svalutare, Amato deve fare una finanziaria mostruosa (con un prelievo vicino ai  100 mila miliardi di lire) e prelevare addirittura di notte soldi direttamente dai conti correnti dei cittadini. Tre mesi dopo, quando Amato deve lasciare, la politica è paralizzata, e quindi si decide di prendere Carlo Azeglio Ciampi dalla Banca d’Italia, dove faceva il governatore, e gli si affida il paese, pregandolo di evitare il fallimento alle porte, se possibile.

E’ in quel momento che la politica avrebbe dovuto capire che era ora di cambiare registro, di riformare finalmente il paese e se stessa. Invece non ha fatto niente.

La politica, come sappiamo, è stata poi riformata (manu militari) dai magistrati. E quindi male. Il paese invece è rimasto quello che era. E ha cominciato a strisciare sul fondo, salvo qualche impennata dovuta alla alla  congiuntura internazionale.

Da allora non è successo più niente, la storia si è fermata. O, meglio, sono successe tante cose, ma la sostanza non è mutata. Siamo ancora il paese che eravamo allora e che per miracolo non era finito in default.

Ecco perché oggi chi propone grandi crescite, lavoro, ricchi stipendi, recupero della classe media dice cose che non hanno alcun rapporto con la realtà.

Non esistono ricette magiche in economia. Nessuno ha mai creato benessere stampando soldi (attività tecnologicamente semplice e a basso costo, peraltro).

Si cresce la metà degli altri, in conclusione, perché siamo più arretrati, perché abbiamo un sindacato che perde tempo a raccogliere tre milioni di firme per bocciare l’unica riforma seria del lavoro che è stata fatta nell’ultimo mezzo secolo. Si cresce poco perché abbiamo una politica che discute di scontrini o di leggi elettorali, o di vie di fuga fiabesche come il ritorno alla lira, come se una sorta di incantesimo l’avesse risospinta verso l’asilo infantile.

Tutti parlano, i giornali grondano di pensosi editoriali, i talk show sono pieni di gente urlante, ma di disegni riformatori (a parte le tanto disprezzate proposte di Renzi) non c’è alcuna traccia.

Un paese che non ha fatto le riforme quando andavano fatte e che non ha alcuna voglia di farle, nemmeno in ritardo.

Un paese che non crescerà mai.