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Poca crescita, tanta disuguaglianza

Italia bocciata in economia inclusiva. Siamo al 27esimo posto su 30 paesi industrializzati (Wef).

di Redazione |

In un’epoca di crescenti disuguaglianze sociali e dilaganti populismi, quello che conta davvero è la capacità di un paese di contenere le disparità di reddito e favorire politiche inclusive più che far crescere tout court il reddito pro-capite e l’economia nel suo complesso. Ebbene, sulla cosiddetta economia inclusiva l’Italia ha ancora molto, moltissimo da lavorare.

Ce lo ricorda un rapporto, The inclusive growth and Development Report 2017, presentato dal World Economic Forum alla vigilia del summit di Davos (17-20 gennaio), da cui emerge che su questo fronte l’Italia risulta 27esima su 30 economie avanzate prese in considerazione, davanti solo a Portogallo, Grecia e Singapore. Ai vertici della classifica ci sono invece quelle che un tempo non per niente erano definite le socialdemocrazie nordiche. Troviamo infatti la Norvegia, seguita da Lussemburgo, Svizzera, Islanda, Danimarca e Svezia. La Germania è tredicesima, la Francia diciottesima, la Spagna 26esima. Se ci può consolare anche Stati Uniti e Giappone non se la passano bene e sono rispettivamente al 23esimo posto e 24esimo posto, solo qualche gradino davanti a noi.

Dal capitolo dedicato all’Italia, emerge una fotografia sconfortante del nostro paese in termini di Inclusive Development Index, IDI, un indicatore economico di nuova generazione elaborato dal Wef che prende in considerazione non solo la ricchezza del paese, ma la sua capacità di conciliare la crescita con l'uguaglianza sociale, l'efficienza delle infrastrutture, la capacità di fare impresa in un ambiente favorevole e in maniera etica, il tutto attraverso l’esame di 15 indicatori chiave (tra cui educazione e abilità; servizi e infrastrutture; corruzione; intermediazione finanziaria e investimenti in economia reale; imprenditorialità e creazione di asset; occupazione e compensazione del lavoro; trasferimenti fiscali e protezione sociale).

La conclusione è che siamo un paese dove manca stabilità politica, con una crescita economica e occupazionale debole, con un alto debito pubblico che ricadrà sulle generazioni future. Siamo un paese con elevati livelli di esclusione: siamo al 21esimo posto per il livello di povertà e ineguaglianza mentre resta bassa la mobilità sociale. Abbiamo un servizio sanitario né troppo generoso né troppo efficiente. E ancora: siamo al 29esimo posto, quindi penultimi, per servizi di base e infrastrutture, per imprenditorialità e per intermediazione finanziari e al 28esimo per corruzione e qualità della scuola, ma anche per i servizi e le infrastrutture sanitarie e pure per l’equità tra generazioni. Insomma un paese dove è difficile fare impresa, dove mancano le infrastrutture, dove c’è una basso livello d’istruzione e un’elevatissima corruzione, dove chi rimane indietro ha poche possibilità di avanzare. Dove possiamo andare?

Raggiungere una crescita inclusiva sarà la vera sfida dei prossimi anni, non solo per l’Italia, e di questo si parlerà da domani a Davos insieme a globalizzazione, Brexit, clima e molto altro. Lo studio del Wef evidenzia che negli ultimi 5 anni l’indice IDI è sceso nel 51 per cento delle economie prese in considerazione. E nel 42 per cento dei casi ha continuato a scendere anche in presenza di un’economia in crescita. Per questo il Wef auspica nuovi modelli di crescita e nuove politiche basate sull’aumento degli standard di vita in grado di coinvolgere il maggior numero possibile di individui. 

Un’altra doccia fredda per il nostro paese arriva dal Fondo monetario internazionale, che ha lievemente coretto al rialzo (+0,1 per cento) le stime di crescita 2017 per gli Stati Uniti (+1,9 per cento) e l’Eurozona (+1,6 per cento) mentre le ha abbassate per l’Italia: +0,7 per cento nel 2017 (-0,2 per cento) e +0,8 il prossimo (-0,3 per cento). Proiezioni molto più basse rispetti a quelle contenute nel Def dove si indica per quest’anno una crescita dell'1 per cento e per il 2018 un rafforzamento al +1,3 per cento.