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La lunga marcia e il deserto di Matteo

Cambiare il Pd sarà un lavoro lungo, cambiare l'Italia ancora di più.

di Giuseppe Turani |

Il Matteo Renzi della sua prima uscita post-batosta referendum (intervista a “Repubblica”) è quasi irriconoscibile. Non è rimasto niente della vecchia sicurezza (arroganza, diceva qualcuno) e, fra le righe, sembra anche di capire che non c’è più forse nemmeno una grande fretta di correre verso nuove elezioni.

Voci dall’interno del Palazzo dicono che ha come idea quella di arrivare al voto entro giugno, ma finire la legislatura, e quindi votare nel 2018 (il sindaco di Milano, Sala, è di questa idea), non sarebbe un dramma. Insomma, l’uomo politico noto per la velocità del suo correre, adesso sembra prendere tempo, riflettere.

Le questioni fondamentali (e non ancora del tutto risolte) sembrano essere due, legge elettorale a parte. La prima riguarda il Pd. Si scarta l’idea di uscire e di dare vita a una formazione liberal-democratica nuova. In realtà, questo contenitore già esiste e si chiama appunto Pd. Si tratta solo di cambiarlo, di ringiovanirlo, di trovare gente nuova disposta a impegnarsi. A Milano lo si è fatto con Sala e è andata bene. A Torino non si è avuto il coraggio e hanno vinto i 5 stelle.

E questa del rinnovamento dello “strumento”, del partito, è probabilmente la cosa più urgente, ma anche la meno facile. Non si può commissariare mezzo Pd e procedere alla nomina di una folla di giovani bocconiani (ammesso che esistano e che ne abbiano voglia). Bene o male il Pd, a diversità di altre forze, ha una sua struttura democratica e quindi attraverso quella bisogna passare. Ci vorrà del tempo.

Le battaglie più immediate, quindi, andranno fatte ancora con il Pd che esiste e dove molti esponenti di rilievo (presidenti di Toscana e Puglia, ad esempio) vanno regolarmente contro la linea del partito e aspirano a prendere il posto del segretario. Se si deve giocare con quello che c’è sul tavolo, Renzi sa che deve muoversi avendo alle spalle (come si è visto anche con il referendum) un partito dove esiste un discreto tasso di infedeltà (se non proprio di tradimento). E dove la sua poltrona fa gola a molti. Lui è abile in politica e tre anni fa li ha presi tutti di sorpresa i “vecchi” del partito e ha vinto. Ma adesso sono tutti avvertiti, attenti, e lui viene dalla sua prima, clamorosa sconfitta (quella referendaria). Il gioco, da questo punto di vista, è nuovo, inedito. Se per anni si è mosso circondato dalla magia dell’eterno vincente, adesso è il contrario, anche lui può perdere e ha perso.

Poi ci sono le cose da fare. Abbastanza numerose e complesse nel caso in cui si voti a giugno. Bisogna presentarsi con qualche buon risultato, ma in 150 giorni l’elenco delle cose che si possono non può che essere magro per quanto il prudente Gentiloni possa correre.

Se invece si dovesse andare a elezioni nel 2018 sarebbe ancora peggio. C’è più di un anno di tempo e in dodici mesi è obbligatorio mettere insieme qualcosa di grosso, di importante. Ma non è facile. La riforma costituzionale è stata bocciata e quindi si è ancora dentro la vecchia e lenta Italia che abbiamo conosciuto (quelle delle antiche consorterie e dei sindacati conservatori). Inoltre, i suoi avversari interni (nemici di qualsiasi cambiamento) stanno rialzando la testa. Infine, le risorse sono sempre poche. Tutti chiedono grande impegno sul lavoro, cioè sulla creazione di centinaia di migliaia di nuovi posti di lavoro. Ma con le regole esistenti e con l’assenza di risorse finanziare importanti la partita sembra oggettivamente molto complessa.

In sostanza, Renzi aveva puntato tutto sul colpaccio del referendum: Italia rinnovata e lui fortissimo, se avesse vinto, avversari umiliati. Invece ha perso e allora adesso bisogna muoversi con i piedi di piombo e riflettere sul paradosso Italia: se il paese non si rinnova, non va da nessuna parte, ma sembra che abbia pochissima voglia di rinnovarsi. Al centro di questo paradosso, Renzi, l’uomo che sembrava destinato a risolvere tutto in poche battute e che invece adesso dovrà prepararsi per una lunga marcia, per una sua faticosa traversata del deserto.

(Da "Tiscali.it" del 16 gennaio 2017)