Uomini&Business - Direttore Giuseppe Turani

 

Colleghi robot

Entro il 2055 la metà dei lavoratori potrà essere sostituito da macchine (McKinsey).

di Redazione |

«Sarò il più grande creatore di posti di lavoro che Dio abbia mai creato» ha detto Donald Trump nella prima conferenza stampa da presidente eletto, a pochi giorni dal suo insediamento alla Casa Bianca. Una promessa che nei prossimi anni potrebbe essere piuttosto difficile da mantenere.

All’incirca 24 ore dopo il discorso di Trump, il McKinsey Global Institute diffondeva un rapporto sugli effetti dell’automazione sul mercato del lavoro dalle conclusioni sconvolgenti. Secondo gli analisti, entro il 2055 circa la metà delle persone pagate per svolgere il loro lavoro nell’economia globale, ossia 1,1 miliardi di lavoratori, potrebbero essere sostituita da robot e macchine attraverso l’utilizzo di tecnologie già esistenti o in fase di completamento nei laboratori, con un risparmio, in termini di salari, di 12.000 miliardi di dollari.  

Il rapporto, intitolato A future that works: automation, employment and productivity, è il frutto di un lungo lavoro di analisi e ricerca durato anni e copre a 360 gradi tutti i settori di occupazione in oltre 50 paesi. I toni non sono però così allarmistici come si potrebbe pensare.

In un periodo in cui la produttività cresce a fatica in tutto il mondo, l’automazione del lavoro potrà dare uno scossone benefico all’economia favorendone un maggiore aumento. Nello specifico, McKinsey calcola un incremento della crescita della produttività dallo 0,8 per cento all’1,4 per cento. Bisogna poi fare i conti con l’invecchiamento della popolazione. Negli Stati Uniti, ad esempio, gli over 65enni sono il 15 per cento della popolazione ma nel 2060 saliranno al 24 per cento. Questo vuol dire meno forza lavoro disponibile.

La marcia dei robot è quindi inarrestabile e ha già provocato l’esodo di molti lavoratori. Nel breve periodo, però, l’impatto sarà contenuto e porterà a una riqualificazione del lavoro piuttosto che a licenziamenti di massa. Cina e India saranno i paesi più colpiti. La globalizzazione li ha trasformati nelle fabbriche del mondo e quindi lì sarà più forte l’impatto dell’automazione. Inoltre, sottolinea il rapporto di McKinsey, solo una piccolissima percentuale di lavori potrà essere interamente automatizzata. Per tutti gli altri l’attività dell’uomo sarà pur sempre necessaria.

Ma è la stessa società di analisi a precisare che non si tratta di previsioni precise. La data del 2055 è approssimativa e molto dipenderà dai trend economici, dalle dinamiche del mercato del lavoro, e soprattutto dalle decisioni della politica e delle autorità di regolamentazione.

Va poi ricordato che automatizzare il lavoro ha un costo elevatissimo. Ad esempio, oggi è ormai realtà l’auto che si guida da sola. In prospettiva tutto il trasporto su strada potrebbe essere svolto da tir senza autista mandando in pensione, solo negli Stati Uniti, 1,7 milioni di camionisti. Facile a dirsi. Tutt’altra cosa la sua realizzazione. Sostituire l’intera flotta di tir che circola negli strade americane richiederebbe investimenti per 1.000 miliardi di dollari e molto tempo oltre che la volontà politica di percorrere questa strada. 

La società deve però prepararsi a questo passaggio epocale, che è già stato ribattezzato industria 4.0. Nel suo ultimo numero The Economist dedica all’argomento la copertina intitolando Lifelong learning: how to survive in the age of automation. La conclusione è che chi oggi entra o si trova nel mondo del lavoro dovrà affrontare una continua formazione per stare al passo con le innovazioni tecnologiche che man mano stravolgono la routine quotidiana e impongono un cambiamento nel modo di lavorare e nelle abilità richieste.

Non solo. I rapidi cambiamenti tecnologici richiedono una connessione sempre più stretta e continua con il mondo scolastico e i responsabili della formazione. Ci sono professioni che scompaio e altre nuove che si impongono ad una velocità mai vista prima. Per esempio, negli Stati Uniti negli ultimi cinque anni la richiesta di data analysts è aumentata del 372 per cento e oggi la metà dei lavoratori con stipendio più elevato sono quelli con competenze di programmazione e elaborazione di codici informatici.

La formazione continua nel mondo del lavoro è diventata ormai una consapevolezza diffusa. Un sondaggio condotto da Manpower nel 2016 rivela che il 93 per cento dei Millennials sarebbe disposto a spendere denaro proprio per avere una maggiore formazione. Lo hanno capito anche le Università, che stanno ampliando le piattaforme online e predisponendo corsi di aggiornamento anche di breve durata rivolti a chi ha già una professione e vuole tenersi aggiornato. E lo hanno capito anche i governi. Singapore, ad esempio, sta investendo massicciamente per fornire ai propri cittadini crediti formativi da utilizzare durante la loro vita lavorativa.