Uomini&Business - Direttore Giuseppe Turani

Sulle auto la scivolata di Trump

Emette ordini, via tweet, come un imperatore. Ma sbaglia sempre. Un pasticcione.

di Giuseppe Turani |

Brividi di gioia nel piccolo mondo dei protezionisti per le prime prese di posizione di Trump, che ancora non si è insediato alla Casa Bianca. Ha fatto un certo rumore il fatto che abbia intimato alla Ford di costruire in America, e non in Messico, il suo nuovo stabilimento e che questa abbia obbedito.  Grida di gioia anche in Italia: così si difendono i lavoratori.

Peccato che sia tutta una commedia. La Ford aveva già deciso tutto prima: ha solo fatto finta di aver aderito all’ordine di Trump per ingraziarsi un po’ il prossimo presidente. In realtà, poi, la Ford continuerà a fare in Messico le automobili più economiche, di basso prezzo, e costruirà in America quelle a più alto  valore aggiunto (elettriche e a guida automatica). Restano in Messico, infine, le fabbriche di componenti.

Soddisfatto della sua prima uscita, adesso Trump ha dato un ultimatum a General Motors e Toyota: o fabbricate qui in America o vi metto un forte dazio all’entrata. Si  vedrà come andrà a finire. Se però le case automobilistiche resistono, il risultato netto sarà che per i consumatori americani le auto Gm e Toyota costeranno di più. Ma è probabile che Trump alla fine si accontenti di una vittoria di facciata: un po’ di montaggio di queste macchine in America, e invece fabbricazione di componenti (la parte più costosa e qualificata) in Messico. Insomma, quel tanto che gli consenta di presentarsi come difensore del “lavoro americano”, senza però infastidire troppo le case automobilistiche, tutte impegnate in una competizione mortale fra di loro.

In sostanza, siamo di fronte a un protezionismo di facciata.

Il protezionismo vero, comunque, è sempre sbagliato. Se ci si ostina a far costruire in patria, a costi più alti, ciò che altrove potrebbe essere fatto a meno, si difendono un po’ di posti di lavoro, ma si scarica sulla collettività il costo più elevato di quei beni: i posti di lavoro salvati vengono pagati dai futuri clienti.

Non esistono  pasti gratis. E nemmeno posti di lavoro.

E bisogna ancora aggiungere che poi qualcosa va anche esportato: ma se io produco tutto in casa a costi più alti di quelli internazionali, come faccio a vincere la concorrenza? Non posso. E quindi, alla fine, perdo vendite e quindi posti di lavoro. D’altra parte, se non fosse così, il mondo non sarebbe andato verso un sempre maggior libero scambio e verso un crescente commercio internazionale.

(Dal "Quotidiano nazionale" del 9 gennaio 2017)