Uomini&Business - Direttore Giuseppe Turani

Quando è giusto licenziare

La Cassazione più avanti della Cgil

di Giuseppe Turani |

Si è sempre ritenuto, e non a torto, che la Cassazione fosse il supremo custode della conservazione. Giudici onnipotenti e inamovibili, con una visione antica della società italiana e del mondo. Giudici persi dentro i loro codici e le loro scartoffie, forse estranei alla vita comune da anni. E in effetti alcune sentenze passate (specialmente in tema di violenze sulle donne) autorizzavano un’idea del genere.

Adesso, però, si scopre che la Cassazione, a confronto con rispettate istanze italiane, è invece uno dei “luoghi” del progresso e della modernità. I supremi giudici togati, come si usa dire, hanno infatti sentenziato di recente che il licenziamento di dipendenti può essere legittimo se serve a aumentare i profitti. Se migliora, cioè, l’organizzazione complessiva dell’azienda e serve quindi a fare utili più elevati.

Non si sono ancora alzate le vibrate proteste della Cgil, ma forse solo perché siamo in periodo festivo e stanno tutti a scartare panettoni e pandori. Ma non  mancheranno.

Il contrasto è quasi comico. Da una parte abbiamo gli inarrivabili e intoccabili giudici della Cassazione che sposano un’idea dinamica della società moderna: è l’azienda che produce lavoro e benessere e quindi l’azienda va difesa e protetta, anche se questo dovesse richiedere il licenziamento di uno o più dipendenti.

Negli stessi giorni, però, abbiamo il più grande sindacato italiano, la Cgil, che ha raccolto tre milioni di firme per far saltare le misure del Jobs Act, cioè della riforma del lavoro secondo criteri più moderni.

In sostanza, la Cgil si presenta come custode della tradizione e della conservazione e la rivoluzione finisce nelle mani di un gruppo di giudici togati, noti fino a ieri per essere molto conservatori.

E’ un fenomeno che non ammette spiegazioni. Viene solo in mente che la Cgil, con il suo voler rimanere attaccata a un mondo che non esiste più, le grandi fabbriche e il posto fisso, sta poco a poco finendo fuori dalla storia e dal mondo. Rifiuta di riconoscere che siamo ormai in una società liquida e mobile, dove il lavoro fisso, eterno, per tutta la vita (addirittura protetto dall’incredibile articolo 18) non esiste più.

Oggi, quando le cose vanno bene, può capitare che un lavoratore e un’azienda facciano un pezzo di strada insieme. Ma poi cambiano: il lavoratore, magari, vuole di più e cose diverse. L’azienda esce da un settore e entra in altri, si serve di competenze diverse.

Si è soliti dire, e non è solo una battuta, che nel giro di una decina d’anni una quota rilevante di quelli che avranno un impiego faranno lavori che oggi nemmeno esistono, che nemmeno riusciamo a immaginare.

Per un sindacato come la Cgil, per la quale il contratto nazionale di lavoro (valido per tutti), è una specie di mito, questa è una catastrofe perché il lavoro si sta spezzettando e diventa una specie di mutante perenne. E’ un po’  come voler inseguire le farfalle con un vecchio trattore.

La cosa curiosa è che i giudici della Cassazione, nel chiuso delle loro stanze, l’hanno capito. La Cgil, che dovrebbe vivere in mezzo ai lavoratori, no.

(Da "Tiscali.it" del 30 dicembre 2016)