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La fase zen di Matteo Renzi

Il paese rifiuta il cambiamento e chi lo propone

di Giuseppe Turani |

In attesa di capire bene che cosa stia avvenendo sul piano internazionale, cerchiamo di decifrare un po’ la realtà italiana. Si può partire dal personaggio che per tre anni ne è stato il centro e che sembrava dovesse dominarla per i successivi venti: Matteo Renzi.

L’ex presidente del Consiglio, come si sa, è entrato in una fase zen. Si fa vedere poco in giro e presumibilmente pensa. Credo che siano pensieri amari. E non tanto per i suoi errori, o presunti tali. La questione è molto più complessa.

Renzi, per età e per scelta, ha rappresentato e rappresenta una volontà di cambiamento della realtà italiana. Può essere che le sue proposte non fossero brillantissime (questione di gusti), ma rimane il fatto che senza cambiamento (e molto profondo) questo paese continuerà a declinare lungo una deriva già assestata da una ventina d’anni.

Non è il caso, qui, di rifare tutto l’elenco dei mutamenti necessari. Basterà dire che si tratta di passare da una società di tipo consociativo (dove tutti hanno un premio, piccolo  o grande, un impieguccio, una provvidenza) a una società modernamente competitiva. Insomma, rovesciando un vecchio slogan: passare dai bisogni ai meriti. Certo, senza trascurare i bisogni, ma puntando a una società che premia “chi fa”.

Bene, contro questo cambiamento (appena accennato da Renzi) si è scatenato l’inferno. Più di mezza Italia si è coalizzata per affossare il suo progetto di riforma costituzionale. Ma l’obiettivo non era nemmeno questo: l’obiettivo vero era sbarazzarsi di Renzi e della sua malsana idea di una società non-consociativa. Il problema era: liberarsi dell’eretico. Tornare a un mondo in cui ci si mette intorno  a un tavolo e i politici tagliano le fette di torta da destinare a ognuno. Fette sempre più piccole, per la verità, ma questa è la vita, cosa possiamo farci?

La riprova di quanto appena detto viene anche dal più grande (e ormai inutile) sindacato italiano: la Cgil. Dall’inizio della crisi (2007) a oggi da quella parte non è venuta alcuna proposta sensata, se non quella di una patrimoniale da 400 miliardi che avrebbe dato il colpo di grazia a questo paese e che per fortuna nessuno ha raccolto. In compenso la stessa Cgil ha messo insieme tre milioni di firme (immagino l’immane lavoro organizzativo) per abolire il job act di Renzi e tornare a come si stava prima.

Insomma, il mondo prima di Renzi immaginato come una sorta di paradiso a cui cercare di tornare il più in fretta possibile. Ma non era quello il mondo che non funzionava e che ci ha portati sull’orlo del disastro?

Sembra che non sia più così. Oggi, nella narrazione di questi ritrovati conservatori, tutto ciò che non funziona è perché è apparso Renzi. E quindi si infilano sciocchezze dopo sciocchezze.

La più clamorosa (alla quale sembra credere un po’ anche lo stesso Renzi) riguarda periferie e giovani che si sentono trascurati.

Purtroppo, la storia dei giovani è chiarissima e il web c’entra solo marginalmente. Quelli che avevano vent’anni nel 2007 hanno scoperto di colpo, con l’arrivo della Grande Crisi, che le loro prospettive di vita erano cambiate: basta scelta fra tanti possibili lavori interessanti e facili. Anzi, per un buon terzo di loro nessun lavoro. Quei giovanotti ormai di anni ne hanno quasi trenta e la situazione non è cambiata. E si è fatta drammatica. Anche se per miracolo la situazione dovesse evolversi positivamente, a quel punto avranno quarant’anni e zero esperienze di lavoro. Inseguiti dai nuovi ventenni e da qualche immigrato abbastanza istruito, è molto probabile che non riescano nell’arco della loro vita a fare un qualsiasi lavoro. Una generazione perduta. E furibonda.

Ecco da dove escono il loro disagio e la loro rabbia. A questo mondo disperato Renzi aveva offerto la strada del cambiamento, che purtroppo non si può fare in quattro giorni. Ma la risposta è stata un no secco. Meglio puntare su provvidenze pubbliche, sempre più problematiche da mettere insieme.

I giovani, cioè, si sono alleati con la vecchia politica che non vuole affrontare il cambiamento. E il cerchio è stato chiuso. Renzi è stato spedito a fare meditazione zen.

E, come previsto, nulla di nuovo si è visto. Di fronte a questa crisi, a una generazione che è andata persa, a un paese in declino, uno si immagina di vedere un parlamento ribollente di proposte di legge, di riforme, di progetti. Ma nessuno ha visto niente. Solo un elementare ritorno al passato.

Il dibattito si è un po’ animato quando è arrivato il momento di discutere della nuova legge elettorale, cioè di stabilire le regole per la prossima spartizione di posti e di potere.

Tutto è perso, quindi, e non ci resta che riscoprire i classici, la musica e la poesia?

Non del tutto, non ancora. Nel paese ci sono ancora forze vitali (un certo numero di imprese e persino qualche sindacato ragionevole). Inoltre il blocco del cambiamento (oggi rappresentato, sia pure un po’ confusamente, dal Pd) rimane la prima forza politica italiana.

E infatti la guerra oggi infuria proprio lì e non altrove. Ecco perché è fondamentale per i conservatori mantenere Renzi nella fase zen, inoperoso. Se il Pd alza bandiera bianca, il vecchio mondo consociativo potrà tirare un sospiro di sollievo. E augurarsi di tirare avanti ancora qualche anno prima dell’inevitabile resa dei conti. Prima dell’inevitabile default.