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La mattonata di Sala

Vuole che la procura decida in fretta sul suo caso

di Giuseppe Turani |

L’intero mondo, praticamente, sta premendo sul sindaco di Milano Beppe Sala perché rinunci alla sua autosospensione e riprenda al più presto il suo posto di lavoro a palazzo Marino. Raffinati giuristi si sono fatti in quattro per spiegare che l’autosospensione non esiste, cosa evidente e nota sin dal primo momento). Infatti Sala è andato a consegnare la sua autosospensione nelle mani del prefetto di Miano, ma solo per sentirsi dire che essa non poteva essere ricevuta: non esiste.

L’unica voce autorevole che si è alzata a suo favore e con argomenti non libreschi, è quella di Piero Bassetti: "Da Sala una provocazione, la politica non può essere subordinata alla giustizia".

Bassetti, per chi non fosse di Milano o avesse la memoria corta, non è uno qualsiasi. Ex deputato della Dc si è dimesso volontariamente e ha lasciato la politica, è stato il primo presidente della Regione Lombardia. Ma è stato anche il primo a rendere possibile la candidatura a sindaco di Giuliano Pisapia e poi dello stesso Beppe Sala.

E’ uno degli ultimi rappresentanti di quella buona borghesia che una volta aveva fatto grande Milano. E giustifica la scelta di Sala per quello che è: una provocazione, una protesta contro la magistratura che pretende di dettare i tempi della vita politica.

Bassetti, di solito persona molto misurata e molto attenta, questa volta picchia pesante: "Indipendentemente dal giudizio di merito e senza entrare nel tema della colpevolezza o meno di Sala, dato che sono convinto a priori della sua buona fede, non bisogna scordarsi che come in tutte le cose esiste un codice di guerra e un codice di pace. Ci sono dei comportamenti diversi a seconda dei casi. Il gesto di Sala può suscitare delle perplessità sul fronte amministrativo perché rischia di bloccare a priori l'attività del Comune. Bisogna riconoscere, però, che il suo gesto ha una preziosa funzione di provocazione”.

E ancora: “Una classe politica non può governare se è subordinata a un potere come quello giudiziario, che qualche volta è discrezionale. Non ci deve essere un livello di giudizio politico affidato all'ordine giudiziario. La vita amministrativa è regolata da alcuni tempi. L'Expo, ad esempio, doveva aprire il primo maggio 2015. La vita giudiziaria, invece, non lo è".
Le dichiarazione di Piero Bassetti dovrebbero chiudere la polemica. E aprire semmai, quando ci sarà tempo e voglia, un confronto sui modi di funzionamento della magistratura. Quasi sempre troppo lenta, spesso fuori luogo: non si contano le carriere politiche distrutte o bloccate per processi che poi si sono risolti in niente o sono stati giudicati sbagliati, da rifare da capo a piedi.

E’ evidente che a questo punto Beppe Sala riprenderà lunedì, o dopo Natale, le sue funzioni. A meno che non insista nel suo atteggiamento nel pretendere dalla procura un esame rapido delle questioni che gli vengono imputate. A palazzo di Giustizia dicono che ci sono tante carte da esaminare e che serve tempo. Solo che il caso risale al 2013 e quelle stesse carte sono state esaminate a lungo da ben tre magistrati, che hanno detto che era tutto da archiviare: incapaci di leggere, di intendere e volere?

Insomma, il senso della provocazione di Sala è abbastanza chiaro a questo punto: chiarire che i magistrati non possono tenere per anni un amministratore pubblico in stand-by. E che lo stesso, comunque, non può lavorare se su di lui pesa l’ombra di comportamenti scorretti, con stampa e opposizione che danno per scontata la colpevolezza.

Quello che non è chiaro è fin dove intenda spingersi. Forse il caso Milano non si chiuderà tanto presto. E la mattonata della procura, che ha voluto riaprire un caso già chiuso, potrebbe tornare indietro, verso la stessa procura che l’ha lanciata.

(Da "Tiscali.it" del 18 dicembre 2016)