Uomini&Business - Direttore Giuseppe Turani

Una nave liberiana per Grillo

Il Movimento implode, i giudici diventano curiosi, sarebbe saggio sparire

di Giuseppe Turani |

Non so quanto tempo occorrerà a Grillo per capire che non diventerà mai il padrone d’Italia. Anzi, è arrivato il momento di togliersi di torno e di andare molto lontano. In posti come il Costarica, ad esempio, dove pare che abbia, da uomo previdente, qualche interesse.

L’avventura, qui, sta per finire e arrivano solo guai. Molto seri. Il suo Movimento (una struttura di fatto illegale) prima o poi finirà sotto inchiesta e verrà sciolto d’autorità. Ma forse non si farà nemmeno in tempo: imploderà prima. Già si sta spaccando in feroci correnti, la conquista di Roma si è rivelata una polveriera, non una passeggiata sotto l’arco di trionfo.

A Palermo è successo di tutto e qualcuno finirà in galera (come a Roma).

Il Di Maio, per mesi e mesi candidato premier (ridicolissimo) in queste ore viene affettato dai suoi stessi colleghi e può già considerarsi finito e cercarsi un lavoro. Forse non entrerà nemmeno in lista alle prossime elezioni politiche.

Il Movimento, che ha offerto a Grillo l’occasione per tanti discorsi dal palco, seguiti con devozione da tanti seguaci, si sta rivelando un idra dalle 90 teste, impossibile da gestire. Nessuno oggi sa come uscire dal caos romano. Certo, si può scaricare la Raggi. Poi che si fa, ci si presenta sei mesi dopo con un altro candidato? E con quali uomini? Con quale giunta? Con quali programmi? Il biocentrismo e il reddito di cittadinanza?

Ma tutte queste sono ancora cose modeste. Grillo non sarebbe il primo che dagli spalti precipita poi giù nel fango. E anche quelli che oggi lo incensano (sperando in qualche sistemazione interessante quando avrà conquistato palazzo Chigi) scopriranno che è stato il veicolo per la diffusione di una cultura di convivenza meschina, umiliante, e persino pericolosa (con il suo affidarsi alle più strampalate ricette mediche).

Non verrà ricordato come un padre della patria, ma come una delle sciagure di inizio 21° secolo. Uno che ha pensato di prendere gente dalla strada e di gettarla a gestire la cosa pubblica, che ha diffamato chiunque non si piegasse in adorazione delle sue infinite sciocchezze, imparate in rete da improbabili autori.

Tutto questo, ormai, è evidente. I suoi stessi meravigliosi ragazzi cominciano a rendersene conto. Non lo gridano in piazza perché lui ha ancora il potere (fino a quando il Movimento non verrà, per questo, dichiarato illegale) di buttarli fuori e di rimandarli alle loro miserevoli vite invece che in Parlamento a fare i bulli.

Ma la rivolta dei deputati romani contro il sindaco Raggi è significativa: quelli sono in politica e ci vogliono restare. E hanno capito che il loro guru spesso e volentieri sbaglia: butta fuori Pizza a Parma e si tiene questo fantasma della Raggi.

Ma, ripeto, tutto ciò è ancora niente. Il dato nuovo è che le procure si stanno risvegliando. Fino a ora solo un giudice di Napoli ha avuto il coraggio di dichiarare non-democratico, non in linea con il codice civile il Movimento, ma sarà seguito da altri.

E Grillo, volendo fare il capo di tutto, rischia di ritrovarsi, suo malgrado, invischiato in affari molto delicati.

A Palermo già spuntano quelli che dicono che lui sapeva tutto: e i fatti di Palermo (le firme false) sono reati. Se sapeva, se era stato informato e ha offerto copertura, prima o poi qualcuno, in toga, andrà a chiedergli spiegazioni.

Anche per l’affaire Roma c’è poco da stare tranquilli. La partita è più complessa di quello che lo sciocco comico immagina.

La Raggi non è mai stata sua. E’ una rappresentante della destra peggiore, che attraverso di lei e sotto le bandiere a Cinque stelle era tornata al potere a Roma (altro che Bilderberg). Lui adesso la scarica, ma scarica anche la destra romana. Non gliene sarà grata.

Nessuno di noi sa cosa c’era, quali affari, dietro scelte assurde come quelle della Muraro o di Marra.

E nessuno sa, quando scatteranno le inchieste, come se la caverà Grillo. I futuri indagati, messi alle strette,  avranno infatti una sola via d’uscita: diranno che quello che hanno fatto lo hanno fatto perché spinti dal comico, capo riconosciuto al quale nessuno osava ribellarsi. Stiamo viaggiando sul filo del rasoio.

Sul finire del 1992 un alto esponente governativo mi disse: “Tu che vieni da Milano, se vedi Craxi, digli che farebbe bene a stare lontano, molto lontano dall’Italia”. Ma avevamo smesso di parlarci da tempo e quindi non ho potuto trasmettergli il messaggio. Poi Craxi ha provveduto da solo a prendere il largo.

Grillo, se avesse un po’ di buonsenso e fosse meno accecato dalla sua presunta infinita potenza, salirebbe su un cargo liberiano domani  mattina, insieme a Dibba, e farebbe perdere le sue tracce.