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Petrolio in rialzo, corre verso 60 dollari

E' l'effetto dello storico accordo Opec-non Opec. Festeggiano i petrolieri americani. 

di Redazione |

Lo scorso febbraio un barile di petrolio Wti quotava attorno ai 26 dollari mentre oggi ne vale 55, più del doppio, livello massimo da luglio 2015. Le quotazioni del greggio stanno dunque rialzando la testa e il prossimo anno dovrebbero stazionare attorno ai 60 dollari, o anche oltre, dicono gli analisti grazie a un nuovo equilibrio tra domanda e offerta.

DOMANDA IN AUMENTO - I paesi dell’Opec, insieme alla Russia, hanno raggiunto uno storico accordo per ridurre l’offerta di petrolio. Da gennaio produrranno 1,2 miliardi di barili in meno al giorno, pari a un taglio alla produzione di circa il 2 per cento. La domanda è invece attesa in aumento, grazie soprattutto all’apporto di Cina e India. L’International Energy Agency stima infatti che il prossimo anno crescerà di 1,3 miliardi di barili al giorno, in linea con il 2016 ma su livelli un po’ inferiori rispetto alla crescita di 1,8 miliardi di barili al giorno del 2015. La conseguenza non potrà che essere un progressivo innalzamento del prezzo del greggio. La soglia di 60 dollari potrebbe essere dietro l’angolo e dopo la primavera non è escluso nemmeno di vederlo di nuovo a 70 dollari, assicurano alcuni analisti. 

OFFERTA IN CALO - Il taglio deciso dall’Opec rappresenta un punto di svolta importante. Senza, il prezzo del greggio sarebbe di nuovo sprofondato. Era dal 2008 che l’organizzazione dei paesi esportatori di greggio – che produce un terzo del petrolio del mondo, pari a circa 34 milioni di barili al giorno – non tagliava la produzione. Ed era da almeno 15 anni che l’organizzazione non prendeva una decisione coordinata con un paese non Opec, in questo caso la Russia. Un’inversione di strategia così radicale che i mercati stentano perfino a credere possa essere realizzata. Bisognerà infatti capire se tutti i paesi che a Vienna hanno firmato l’accordo, lo rispetteranno implementando i tagli concordati. L'unica certezze per ora è che il 25 maggio i paesi dell’Opec si riuniranno per monitorare gli effetti dell’accordo.

SHALE OIL IN FESTA - Dall’altra parte dell’Atlantico, i produttori di shale oil festeggiano e stanno rimettendo in funzione le trivelle che avevano bloccato a causa del crollo del prezzo del greggio. Nel 2014, quando il Wti viaggiava sui 100 dollari al barile, erano oltre 1.600 gli impianti di perforazione negli Usa, mai così tanti prima di allora. Oggi sono meno di un terzo quelli in attività. Man mano che la quotazione del greggio scendeva, le società petrolifere sono state costrette a interrompere le trivellazioni in quanto estrarre petrolio era diventato economicamente svantaggioso. Tante compagnie americane hanno sofferto e sono fallite, mentre altre hanno raggiunto tecniche di estrazione più efficienti riuscendo ad abbassare la soglia di guadagno. Oggi riescono a coprire i costi anche con un greggio attorno a 50 dollari al barile e quindi stanno rimettendo in funzione i loro impianti in vista di un incremento futuro del prezzo.

LE RICADUTE PER L'ITALIA - L’accordo dell’Opec cambia gli scenari anche per il nostro paese. Secondo i dati comunicati dall’Up, l’unione dei petrolieri, nel 2016 il costo sostenuto dall’Italia per acquistare energia all’estero è stato di 24 miliardi, quasi 11 in meno rispetto al 2015, mentre la bolletta petrolifera è scesa da 16,2 a 12 miliardi, livelli minimi dal 1999. Il risparmio si è fatto sentire anche alla pompa di benzina. Con un prezzo mediamente inferiore di 10 centesimi per la benzina e di 13 per il gasolio, nel complesso gli italiani hanno risparmiato 5 miliardi di euro quest’anno. Risparmi che verranno meno nel 2017. Con un prezzo del barile attorno ai 60 dollari, l’Up stima che la bolletta energetica tornerà sui livelli del 2015, ossia attorno ai 33-34 miliardi, e quella petrolifera sui 16 miliardi. Mentre alcune pompe stanno già adeguando al rialzo i listini. 

Il prezzo del petrolio resta quindi una variabile centrale per l’economia italiana. Il greggio resta infatti la prima fonte di approvvigionamento energetico del nostro paese (36 per cento circa) seguito da gas (35 per cento) e rinnovabili (17 per cento, percentuale in flessione nel 2016, per il secondo anno consecutivo).