Uomini&Business - Direttore Giuseppe Turani

Il crack che non c'è stato

Merito di Draghi e del dietro front degli hedge fund

di Giuseppe Turani |

Tutti avevano pronosticato catastrofi finanziarie se nelle votazioni per il referendum fosse prevalso il no. Spread a 300, si diceva, crollo in Borsa del 15-20 per cento. Il Financial Times, la bibbia del mondo degli affari, era arrivato a scrivere  che sarebbero addirittura fallite otto banche, con tanto di nome delle medesime.

Invece, a due giorni di distanza, piazza Affari è ai suoi massimi storici: mai stata così in tiro. E lo spread naviga vicino a quota 150, livello di tutto riposo rispetto a quello che si pensava.

Che cosa è successo? Troppo terrorismo prima del voto? In parte. Ma, soprattutto, ancora una volta i mercati  hanno dimostrato di essere luoghi in cui si muovono soldi e non chiacchiere. I mercati non votano, puntano solo a fare soldi.

E allora si può cominciare a capire qualcosa. L’elemento più facile da spiegare è la non-esplosione dello spread. E qui i motivi sono almeno due. Da una parte c’è l’oggettivo sostegno fornito  da Mario Draghi e dalla Bce. Per paura di ripercussioni finanziarie pesanti, intorno ai titoli di Stato italiano è stata stesa una cintura di sicurezza, alla quale hanno partecipato probabilmente anche importanti banche estere, attivate dalla stessa Bce. Si tratta di una pratica abituale e che di solito scoraggia la speculazione. In America si dice “never fight the Fed”, mai litigare con la Federal Reserve. Qui si può dire: mai contro la Bce. Soprattutto se la stessa è molto determinata e appoggiata da operatori importanti. In sostanza, Draghi ha trasformato i titoli di Stato italiani in oggetti molto pericolosi per la speculazione perché su di essi aveva steso un mantello magico.

Ma non si tratta solo di questo. C’è anche il fatto che, grosso modo, il debito italiano per circa il 40 per cento sta nelle banche italiane e in istituzioni (Generali, Bankitalia, ecc.). E questi sono soggetti che non fanno speculazione. Il 40 per cento del nostro debito, cioè, risultava bloccato e non disponibile per avventure borsistiche. E’ stato quindi abbastanza agevole guidare lo spread verso il basso e tenerlo poi fermo. Chi aveva provato a fare il contrario negli ultimi due giorni si è scottato, ha perso dei soldi.

Restano  da spiegare le fiammate di Borsa: quattro, due e tre per cento di crescita al giorno. Tutti pazzi?

Ancora una volta no. I vecchi uomini della Borsa hanno sempre spiegato che le speculazioni si fanno “prima” della notizia, quando la notizia arriva è ora di smobilitare.

E è esattamente quello che è accaduto anche questa volta. Prima delle votazioni gli hedge fund (secondo voci raccolte negli ambienti finanziari) si erano pesantemente esposti al ribasso, con l’idea che forse in Italia sarebbe crollato tutto.

Quando hanno visto  che non crollava nulla, ma che, anzi, c’era una crisi di governo abbastanza controllata e, in particolare, che era avviato il salvataggio (con fondi pubblici) delle banche più esposte, hanno capito che era ora di chiudere la partita.

I più svelti si sono ricoperti già venerdì. Gli altri a partire da lunedì: poiché c’erano molte posizioni al ribasso, abbiamo avuto molte posizioni al rialzo.

Qualcuno ha perso molto e qualcun altro ha guadagnato molto. Questo sono i mercati.

(Dal "Quotidiano nazionale" dell'8 dicembre 2016)