Uomini&Business - Direttore Giuseppe Turani

L'accozzaglia già a pezzi

Grillo, Salvini e Meloni vogliono le elezioni. Tutti gli altri no.

di Giuseppe Turani |

E’ il giorno dei cavalieri del no, detti anche l’accozzaglia. Hanno di fatto occupato le reti televisive e i giornali. Si divertono a fare battute, ma quello che si nota è la loro gioia profonda: si sono liberati del tiranno. Insieme al rumore dei tappi di champagne che volano, cominciano però le divisioni. La parte più sgarrupata dell’alleanza del no (Grillo, Salvini, Meloni, Salvini) punta a fare le elezioni subito, con qualunque legge elettorale, anche dello Zambia.

L’importante è andare a votare e approfittare del buon vento che tira per le loro formazioni. Grillo, che è ormai sicuro di arrivare in pochi mesi a palazzo Chigi con i suoi meravigliosi ragazzi accetta anche di correre con l’Italicum, che però verrà bocciato dalla corte, contro il quale ha tuonato fino a ieri.

Per la sinistra dem (detta anche dagli altri dem “i sinistrati”) le elezioni immediate sarebbero una sciagura: rischiano di sparire. Meglio insistere perché Renzi sia responsabile e faccia nascere in qualche modo un governo, magari con qualche sedia da ministro per Bersani e altri soci.

Berlusconi è un po’ nelle stesse condizioni: se si corre al voto, rischia di certificare che vale meno del 10 per cento, meno di Salvini e poco più  del doppio della Meloni. Un bel guaio.

E il 40 per cento che ha votato sì, i renziani che cosa dicono? Naturalmente sono di pessimo umore, ma nemmeno tanto. Li consola l’aver raccolto, da soli e contro tutti, il 40 per cento dei voti: 12 milioni. E, giustamente, l’idea è quella di non disperdere questo patrimonio riformista, che forse con questa ampiezza si manifesta per la prima volta in Italia. Quindi bene le dimissioni di Renzi da palazzo Chigi.

E sottolineatura di quella frase del discorso d’addio di Renzi che diceva, correttamente, “ai vincitori toccano gli onori e gli oneri”. Insomma, hanno la maggioranza del 60 per cento, governino loro, quelli dell’allegra accozzaglia. Noi abbiamo perso, staremo all’opposizione.

I più lucidi, o entusiasti, vanno oltre. Renzi, dicono, deve dimettersi anche da segretario del partito e convocare immediatamente un congresso anticipato. A che scopo? Buttare fuori i “sinistrati” e muoversi, finalmente, con un partito, il suo, che compattamente ha raccolto il 40 per cento dei voti.

Tutto chiaro, ma non si tiene conto della politica romana, una specie di altro universo a cui importa solo stare a galla. Allora dai sinistrati (D’Alema & C.), che sono a un passo dalla scomparsa politica: arriva la straordinaria rivelazione. In parlamento una maggioranza c’è, quella di Renzi, nulla è cambiato e quindi governi, magari lasciando il posto al ministro Padoan e imbarcando qualcuno di noi vecchi esperti. E fanno appello al senso di responsabilità e alle colpe: Renzi ci ha messi nei guai e Renzi ci deve tirare fuori. Nei prossimi giorni la pressione sarà questa: il tanto vituperato Renzi non si muova e sia responsabile.

Ma, a rischio di sbagliare, mi sembra che le dimissioni di Renzi siano effettive. E forse arriveranno anche quelle dal partito e il  congresso straordinario. A quel punto i sinistrati non avranno più alcuna trincea dietro cui ripararsi.

A questo punto, insomma, credo che la risposta di Renzi sia una sola: avete vinto, governate, andate a elezioni, fatevi una legge elettorale e non rompete. L’Italia ha scelto Grillo, non voi. Quindi prendetevi Grillo a cui averte spalancato la strada.

Giorni duri, quindi, perché bisogna approvare la legge di stabilità e bisogna andare a Bruxelles a chiedere un po’ di soldi. E bisogna occuparsi dei terremotati (schierati molto per il no).

Per Mattarella, che deve decidere a chi dare l’incarico di fare il nuovo governo non sono giorni facili.

Infatti è vero che la famosa accozzaglia ha vinto con il 60 per cento, ma è anche vero che è appunto un’accozzaglia che si sta già sciogliendo come neve al sole. La grande vittoria contro Renzi rischia quindi di durare meno di una settimana.

In realtà, al di là dello schieramento politico. D’Alema contro Renzi, si sta giocando una partita molto più grossa: chi vuole cambiare e chi no.

(Da b"Tiscali.it" del5 dicembre 2016)