Uomini&Business - Direttore Giuseppe Turani

Il governo miliardario del miliardario

Aveva promesso una grande guerra all'establishment, ma lo sta imbarcando tutto nella sua amministrazione.

di Giuseppe Turani |

I populisti italiani (da Salvini in avanti) che avevano applaudito alla vittoria di Trump perché molto anti-establishment, adesso sono sono un po’ silenziosi. Il nuovo presidente americano non ha ancora completato le nomine del suo governo, ma quel poco che c’è già basta. Al Tesoro, ministero chiave, andrà Steven Mnuchin, e la cosa curiosa è che si tratta di un “uomo Goldman Sachs”. Ha lavorato a lungo nella potente banca d’affari americana (qui da noi indicata spesso come covo della cospirazione capitalistica e politica mondiale). Nella stessa banca, peraltro, hanno fatto  carriera il padre e il fratello.

Trump in campagna elettorale aveva promesso di fare la guerra alla finanza di Wall Street (sollevando l’entusiasmo dei nostri leghisti e seguaci di Grillo), ma ha già attribuito la carica economica più importante proprio a un uomo che viene da quel mondo. E che ha già promesso di smantellare (insieme ai vari trattati commerciali) le regole che Obama aveva fatto approvare, dopo il disastro dei titoli sub-prime, per contenere un po’ la speculazione. Difficile fare più felici gli uomini di Wall Street e i banchieri.

Anche al Commercio si è nominato un miliardario (tre, in dollari), Wilbur Ross, conosciuto come “il re della bancarotta” per la sua abilità nel comprare aziende in fallimento per poi rivenderle con molto guadagno.

Il presidente anti-establishment, cioè, naviga felice dentro l’establishment, a cui peraltro appartiene in qualità di uomo ricchissimo. D’altra parte i tempi di Franklin Delano Roosevelt, che aveva come consiglieri le più belle teste di Harvard, sono lontani. Il mondo di Trump è un mondo in cui contano e comandano i soldi. E è abbastanza ovvio allora che per gestire l’economia si rivolga a chi con il denaro ha una lunga consuetudine.

Ci si domanda se in Italia sarebbe possibile qualcosa del genere, cioè prendere uomini d’affari e farli ministri. In passato si è fatto, sia pure in piccola misura, ma la cosa (tranne nel caso di Ciampi) non ha sollevato entusiasmi.

Qui da noi c’è un’altra abitudine abbastanza consolidata: quando la politica va in tilt (non riescono a trovare accordi oppure la situazione è  veramente grave), di solito si telefona al governatore della Banca d’Italia e gli si propone o la presidenza del Consiglio (caso Ciampi) o un ministero chiave. Ma, di preferenza, i politici “puri” preferiscono non lasciare a altri le loro poltrone. Quello è il loro mestiere.

(Dal "Quotidiano nazionale" del 1 dicembre 2016)