Uomini&Business - Direttore Giuseppe Turani

Quel ciclista generoso

Alla fine anche Prodi ha detto sì alla riforma costituzionale di domenica. La sinistra lo ha trattato sempre male, anche se l'ha fatta vincere due volte (le uniche). (Flavia e Romano Prodi)

di Giuseppe Turani |

Romano Prodi ha detto sì al referendum di domenica.  A destra si è subito fatta grande ironia sul ”professore” e sono anche volate contumelie e accuse di altro tipo. A sinistra nel Pd, invece., molta soddisfazione. I due opposti atteggiamenti sono abbastanza spiegabili: Prodi è l’unico uomo del Pd (allora si chiamava Ulivo, da lui inventato) che abbia battuto per ben due volte l’imbattibile Silvio Berlusconi, dotato di molti più soldi e di una parlantina da venditore di aspirapolvere. Il professore aveva, e ha, invece il modo di parlare dei timidi e dei docenti universitari, voce bassa, eloquio spesso noioso.

Prodi faceva il professore a Bologna, aveva e ha una bellissima famiglia e moltissimi amici. Faceva i suoi studi, partecipava ai suoi convegni e certo non era alla ricerca  di ulteriore notorietà.

Poi, un giorno, lo chiamano (credo fosse Andreotti) per offrirgli un posto da ministro dell’industria. Non è un omaggio della casta a un bravo professore. Servivano un po’ di facce nuove e cercano lui.

La chiamata di Prodi è una mossa per mettere alla testa del ministero una persona per bene e al di sopra di ogni sospetto, una mossa per rifarsi un’immagine. E infatti lui è molto perplesso: capisce benissimo che lo stanno usando. Telefona allora a una serie di amici, per decidere. Quando arriva la sua telefonata, gli rispondo soltanto che un professore inglese o americano non avrebbe avuto un solo dubbio. Se il tuo paese ti chiama per un incarico operativo, rimetti i libri sullo scaffale, e vai.

E infatti accetta e fa il ministro. Poi, il primo ministro Spadolini lo chiama alla presidenza dell’Iri. Non si tratta di un premio.

E’ una mossa disperata: l’Iri, che ha fatto cose straordinarie nella prima parte della sua esistenza, è ormai ridotto a un ammasso di aziende clientelari e quasi tutte in perdita.

Quello che Romano trova è il peggio del peggio, ormai sono lottizzati anche gli uscieri e tutti rispondono quasi solo ai loro padrini politici.

In sostanza, l’esperienza Iri può essere considerata conclusa, non resta che chiudere. Si privatizza quello che si può (anche perché lo  Stato in quel momento non ha nemmeno i soldi per pagare i dipendenti pubblici). Chiude, dopo anni e anni, il primo bilancio dell’Iri in attivo. Anche se Cuccia dice che quel valore positivo è stato ottenuto facendo sparire le perdite della siderurgia. Comunque, privatizza tutto il privatizzabile (non senza polemiche).

Nel 1994 va a palazzo Chigi, dove si è insediato Silvio Berlusconi, e gli comunica che se ne va dall’Iri: missione terminata.

In realtà, ci sono state varie riunioni fra lo stato maggiore cattolico  (Andreatta e Bazoli) e quello del Pci su come affrontare Berlusconi. Bisogna avere un leader. E la scelta cade quasi subito su Romano Prodi. E per delle ragioni molto semplici. Intanto è un cattolico di sicura fede e tutti i “congiurati” sono d’accordo sul fatto che solo un uomo capace di attirare il voto cattolico, in aggiunta a quello di sinistra, può battere Berlusconi. Inoltre, è un uomo competente (probabilmente il miglior allievo di Nino Andreatta, che lo ha messo in cattedra e con il quale si sono dati del lei per tutta la vita).

Partono così l’avventura dell’Ulivo (che Romano inventa insieme al fido politologo Arturo Parisi) e quella del vecchio autobus trasformato in casa elettorale ambulante. Mentre Berlusconi può contare su tutti i soldi che vuole e gira per l’Italia a bordo dei suoi jet, dalle parti di Prodi la vita non è così facile. Spesso l’autobus rimane fermo per una ragione elementare: non c’è più benzina e non ci sono soldi. Allora amici e sostenitori, spediscono autobotti in giro per l’Italia per consentire all’autobus fare rifornimento e di andare avanti.

Romano vince, a sorpresa, le elezioni. Ma sono i suoi stessi della  sinistra che lo fanno cadere. Il suo posto viene preso da Massimo D’Alema, che poi perde le elezioni regionali. Prodi viene spedito a Bruxelles a fare il presidente dell’Europa. E a palazzo Chigi torna Silvio Berlusconi, per molti anni.

Nel 2006 nuova sfida. E, ancora una volta, si punta su Prodi. Campagna elettorale molto difficile, ma vinta di nuovo, sia pure con una maggioranza ridottissima al Senato, benché l’alleanza sia molto  vasta. Di nuovo sgambetto da sinistra, e Prodi deve lasciare.

Allora va in giro nel mondo (Africa soprattutto) per conto dell’Onu. E in Africa lo trovano la mattina del 19 aprile 2013 quando l’assemblea dei grandi eiettori del Pd gli fa sapere che lo vogliono eleggere presidente della Repubblica. Dal Mali fa alcune telefonate in Italia e scopre quasi subito che ci sono avversari potenti (il solito D’Alema), che vorrebbero quel posto per se stessi, non certo per lui, che hanno sempre considerato una specie di estraneo alla politica (benché sia l’unico che i abbia fatti vincere due volte). Nelle votazioni ufficiali c’è la rivolta dei 101, che a scrutinio segreto non lo votano, la sua candidatura al Quirinale cade e Napolitano dovrà fare il secondo mandato.

A questo punto, Prodi si ritira dalla politica (fa solo qualche rara apparizione in occasioni speciali).

Rimane, però, nell’immaginario dei riformisti di sinistra come un uomo generoso, che li ha fatti vincere due volte (le uniche) e che solo le gelosie di partito hanno poi segato.

Il suo silenzio nella vicenda referendaria cominciava a pesare. Vuoi vedere che Romano è davvero incazzato e magari alla fine dice che vota No?

Alla fine, però, è venuto allo scoperto e ha detto  sì. Un sì pieno di riserve e di precisazioni, come è giusto che sia, ma un sì.

Gioia di Matteo Renzi, ma soprattutto gioia in quelli che conoscono Prodi e che sanno che non si sarebbe mai comportato come un Bersani o un D’Alema. Corpo estraneo alla politica, forse, ma con tanta buona testa sulle spalle. Questo è Romano.