Uomini&Business - Direttore Giuseppe Turani

Non parlate di complotti

C'è allarme internazionale perché l'Italia fa paura.

di Giuseppe Turani |

Non esiste istituzione internazionale di qualche rilievo (dall’Ocse alla Bce) o giornale finanziario di qualche importanza che in questi giorni non abbia mandato lo stesso avvertimento all’Italia: se domenica 4 dicembre prevarrà il No, saranno guai seri. Naturalmente i sostenitori del No hanno subito gridato all’intromissione indebita, a dei tentativi maldestri (forse orchestrati dallo stesso premier) per ottenere domenica un risultato favorevole.

Le cose non stanno così. La realtà è assai meno romanzesca e molto più preoccupante. L’Italia è il paese con il più alto indebitamento dell’Unione europea e chiede di sforare ancora per fare fronte alle proprie necessità. Ha avviato un percorso di riforme. Percorso che però è appena iniziato e che forse è a un quarto di quello che servirebbe.

In queste condizioni una crisi di governo (possibile se il premier viene bocciato su una proposta così importante, addirittura di riforma costituzionale) preoccupa tutti: le varie istituzioni e i mercati. Non a caso lo spread rispetto ai bund tedeschi, partito a inizio autunno poco sopra quota 100, da giorni sta tentando di forare quota 190. E ci riesce, poi rientra un po’ sotto. Probabilmente perché Mario Draghi alla Bce dà una mano.

A parte le istituzioni, cioè, anche i mercati sono preoccupati. Vorrebbero stabilità e riforme più incisive. Invece vedono un governo che forse già dalla prossima settimana sarà in crisi. E con le riforme, quindi, che slittano a chissà quando, ma con il debito comunque in espansione. In alcuni contratti di aziende italiane con aziende estere c’è scritto esplicitamente che la conclusione si avrà solo dopo il 4, e se il risultato sarà stato a favore al sì.

Gli appelli, quindi, non nascono da manovre dei misteriosi poteri forti o da chissà quali altre forze internazionali. Nascono semplicemente dal fatto che nel mezzo del suo percorso a ostacoli (fra debiti e riforme), l’Italia sembra aver deciso di prendersi una pausa e di verificare il rapporto, come si diceva una volta, all’interno delle coppie litigiose.

Tutto questo, al di là dei meriti del sì o del no, non è apprezzato da chi domani sarà chiamato a prestarci qualche centinaio di miliardi di euro per consentirci di tirare avanti. Ci vorrebbero vedere, e con qualche ragione, intenti all’opera, al lavoro, e con poche chiacchiere.

Qui invece, le parole si sprecano e sono ogni giorno più pesanti.

(Dal "Quotidiano nazionale" del 29 novembre 2016)