Uomini&Business - Direttore Giuseppe Turani

Perché siamo i peggiori

Come mai le nostre aziende sono così inefficienti?

di Giuseppe Turani |

Da stamattina tutti in Italia hanno scoperto il problema della produttività. Che in altri paesi sale e che invece qui da noi è sempre ferma, da anni e anni. La cosa, effettivamente, è misteriosa, un po’. Si era soliti dire che persino una colf svogliata aumenta comunque la sua produttività perché, giorno dopo giorno, impara ”naturalmente” a fare le stesse cose più rapidamente e con più efficacia.

Come mai allora le aziende, dove la produttività spesso significa vita o morte, non imparano, non diventano più brave giorno dopo giorno? Nell’articolo che Giavazzi e Alesina hanno dedicato alla questione, e che ha rilanciato il dibattito, si indicano una serie di cause. Ma si può provare anche un approccio un po’ diverso.

Anni fa, quando si scoprì che in Asia, c’era gente disposta a lavorare anche per un ventesimo dello stipendio di un operaio italiano, molti dissero: è finita, non ce la faremo mai a battere quella concorrenza.

E infatti per molti settori è finita davvero. Oggi nel mondo occidentale non si fabbrica più un solo computer. Si fanno i chips, ma solo perché si tratta di una produzione molto sofisticata.

Comunque, non tutti dissero che la partita era persa. Infatti la risposta corretta è la seguente: se in Asia, l’operaio lavora per un ventesimo della paga, noi qui dobbiamo mettere intorno al nostro operaio un’organizzazione e tante macchine da farlo produrre come venti operai asiatici. A quel punto saremo pari e potremo competere.

Tutto facile allora? Sì e no.

Per poter avere un operaio a Varese che mi produce come venti a Pechino mi servono almeno due cose (oltre all’intelligenza e al know how).

1- I capitali per circondare l’operaio di Varese di tutti i meccanismi e l’organizzazione che servono. Devo rifare gli impianti, spesso da cima a fondo. E questo significa di solito molti soldi. Ma il capitalismo italiano è nato povero, è basato in gran parte su gruppi familiari (con limitati mezzi finanziari), e non è abituato a cercare soldi  sul mercato dei capitali.

2- La seconda cosa che serve sono le condizioni “al contorno”, cioè sistema legislativo, sindacati, enti locali, trasporti, istruzione, ecc, in grado di fornire le risorse organizzative e intellettuali necessarie. Tutte cose che in Italia esistono in quantità limitata quando non sono avverse.

La conclusione alla quale si arriva è molto semplice: le aziende italiane non hanno aumentato la propria produttività perché non potevano farlo, non erano in condizioni di riuscirci, immerse in un universo senza capitali e con infrastrutture (dalla scuola ai trasporti) in condizioni penose.

Il dramma è che le cose non sono cambiate molto. La proprietà delle aziende è sempre soprattutto di tipo familiare, e spesso anche la gestione è familiare. E tutto quello che sta “al contorno” di fatto non è poi migliorato così tanto. L’imprenditore di successo, ad esempio, è ancora considerato un semplice sfruttatore. Le innovazioni di processo nelle aziende sono spesso ostacolate da una parte sindacale. E così via.

Insomma, se si vuole migliorare c’è ancora tanto da cambiare. Quasi tutto.