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Fed più vicina al rialzo dei tassi

Dopo i buoni dati sul mercato del lavoro si rafforzano le attese di una stretta del costo del denaro a dicembre. Crolla però l'export cinese.

di Redazione |

Gli Stati Uniti marciano, la Cina frena. I dati di oggi fotografano una situazione divergente sul fronte macroeconomico. Negli Usa le richieste di sussidio alla disoccupazione sono rimaste invariate a 246 mila unità nella settimana terminata l’8 ottobre scorso, in linea con il dato della settimana precedente, contrariamente alle attese degli analisti che avevano previsto un aumento dei sussidi. Si tratta del livello più basso del novembre del 1973. In calo, inoltre, anche la media dei sussidi delle ultime quattro settimane, considerata un indicatore più attendibile in quanto depurato dalle oscillazioni settimanali, che si è assestata a 249.250 unità, in discesa di 3.500 rispetto alla settimana precedente. 

Ciò conferma l’ottimo stato di salute del mercato del lavoro e alimenta le probabilità di una stretta creditizia da parte della Federal Reserve entro la fine dell’anno. I verbali della Fed diffusi ieri e relativi alla riunione del 21 settembre scorso hanno evidenziato che tre governatori erano già pronti il mese scorso ad innalzare il costo del denaro ed avevano votato in favore di una stretta. Ha poi prevalso il fronte dei contrari ma, tenuto conto anche del fatto che l’inflazione è in lieve ripresa come segnalato dall’aumento dei prezzi all’importazione, l’ipotesi prevalente è che la Fed possa procedere a dicembre a un primo aumento del costo del denaro dicendo addio alla politica dei tassi a zero che ha caratterizzato gli ultimi anni, per poi proseguire nel 2017 con altri due rialzi. Improbabile invece un rialzo a novembre, in prossimità delle elezioni presidenziali.  

A frenare ancora una volta la Fed potrebbero essere le notizie in arrivo dalla Cina. Il mese scorso le esportazioni cinesi hanno segnato un crollo del 10 per cento rispetto a settembre 2015, mettendo in dubbio la tenuta della ripresa mondiale. La flessione è infatti superiore alle attese degli analisti. In calo, a settembre, anche le importazioni, scese dell’1,9 per cento su base annua, contro attese di un incremento dell’1 per cento. Alla fine il surplus commerciale si riduce a 41,99 miliardi di dollari, rispetto ai 52,05 miliardi di agosto.

Si teme a questo punto che le autorità cinesi possano decidere una svalutazione dello yuan per sostenere l’export, mentre aumentano i dubbi sulla tenuta dell’economia mondiale. Il dato di settembre indica infatti che la flessione non è da attribuire ad una precisa area geografica ma che coinvolge un po’ tutti i paesi. Da segnalare che l’Organizzazione Mondiale del Commercio ha indicato anche per il 2016, per il sesto anno consecutivo, una crescita degli scambi mondiali inferiore al 3 per cento.