Uomini&Business - Direttore Giuseppe Turani

Il gran ballo della politica

Le elezioni americane e il referendum italiano fanno danzare i mercati.

di Giuseppe Turani |

Da qui fino all’8 novembre ci sarà bufera quotidiana sui mercati internazionali. Poi si proseguirà con la più piccola bufera italiana.

Fino a novembre, cioè, si starà sull’ottovolante. E non è difficile capire perché. Se a un certo punto Trump dovesse passare in testa, i cambiamenti nell’economia mondiale sarebbero enormi e oggi non tanto facilmente immaginabili.

Ad esempio è sicuro che Janet Yellen, oggi presidente della Fed e persona di grande qualità, darebbe immediatamente le dimissioni, lasciando la possibilità a Trump di nominare un suo successore. E è difficile pensare come sarebbe la nuova gestione della Federal Reserve, la banca centrale che di fatto determina il tono dell’economia mondiale. Inoltre Trump avrebbe già dichiarato di essere deciso a fare degli Stati Uniti un paese autosufficiente e esportatore netto di petrolio, liberalizzando tutto (oleodotti, ricerca, ecc.). E questo finirebbe con lo sconvolgere il panorama mondiale del greggio, con conseguenze non ancora descrivibili in tutta l’area mediorientale (e sui conti delle aziende petrolifere americane, molto importanti per i listini). E così via.

Se invece la stella di Trump, come sembrerebbe, dovesse appassire, con Hillary non dovrebbe cambiare molto. Un po’ di tasse in più sui redditi più alti (secondo la tradizione democratica) e un po’ di attenzione in più per gli americani più sfortunati. E, soprattutto, la Federal Reserve sempre nelle mani della saggia Yellen (la signora che ormai da alcuni mesi, di fatto, sta gestendo l’America, con Obama in uscita).

In conclusione, fino a quando non sarà chiaro il nome del vincitore nella gara presidenziale, i mercati dovranno ballare: si scontrano non due candidati, ma due idee di America, non conciliabili fra di loro.

In Italia, se si vuole, è anche un po’ peggio. Da tutte le parti c’è grande impegno  nello spiegare perché la riforma costituzionale proposta da Renzi sia ottima oppure pessima. Un po’ tutti sono diventati esperti di diritto costituzionale. Ma gli italiani il 4 dicembre non andranno a votare su questo. Andranno a votare per decidere se tenersi Renzi o se mandarlo a casa. Questo, al di là delle intenzioni, è nei fatti.

Teoricamente, se Renzi dovesse perdere potrebbe sempre rimanere al suo posto (fin che ha la fiducia in parlamento). Questo prescrive la Costituzione. Per mandarlo  a casa serve un palese voto di sfiducia del parlamento, cosa non facile a ottenersi.

Ma questa è la lettera della  legge. Nei fatti un premier che viene bocciato nella sua proposta di legge più qualificante e importante perde di peso e di autorità: può solo andare a casa.

E il “dopo” sarebbe qualcosa di già visto. Governi pasticciati, ritorno nei ministeri di facce antiche, vecchie pratiche spartitorie, lobby grandi e piccole di nuovo sugli spalti, a dividersi quel poco che resta della Repubblica. Il 4 dicembre si va a votare questo, non l’articolo 70 (quello viene un minuto dopo, insieme a tutti gli altri articoli).

L’alternativa, quindi, è fra una continuazione del governo attuale, con tutte le sue difficoltà e contraddizioni, e una specie di salto all’indietro, con più l’aggravante Grillo, che prima non c’era.

Pretendere che i mercati non siamo preoccupati da questa alternativa è vivere sulla luna o in qualche forma di splendido e aristocratico isolamento.

Quindi Trump e il referendum ci obbligheranno a ballare. E i mercati, tutti, con noi.