Uomini&Business - Direttore Giuseppe Turani

Una morsa, una lima e un banco di legno

Per avere lavoro servono una crescita vera, soldi e tante idee.

di Giuseppe Turani |

A differenza di miei amici non commento mai i dati sull’occupazione, un po’ perché non mi fido e un po’ perché  penso che non siano significativi. Da che mondo è mondo i posti di lavoro aumentano se c’è crescita economica. In caso contrario, quando non c’è crescita o ce n’è poca, non crescono.

Quindi, prima ancora che alle statistiche dell’Istat, dell’Inps o del ministero del lavoro, bisogna guardare al dato sulla crescita. Il resto è quasi automatico.

Certo, si possono mettere in campo varie strategie per incrementare l’occupazione. Ma è un cane che si morde sempre la coda: se non c’è crescita, l’occupazione in più o è artificiale o è del tutto inutile. Serve solo a produrre quello che si produceva prima, ma impiegando più persone. Che senso ha? A meno di non tagliare tutti gli stipendi in misura proporzionale, alla fine si spenderà di più per fare le stesse cose.

Quindi si sarà meno competitivi, si esporterà meno o si compreranno più prodotti stranieri.

A questo proposito mi viene in mente un aneddoto. Negli anni Settanta, boom di investimenti nella chimica. Grande industriale del settore a colloquio con Andreotti, presidente del consiglio. Gli illustra le cifre: centinaia di milioni (di lire) per ogni posto di lavoro creato.

Andreotti un po’ protesta: così si spende troppo per creare lavoro. Risposta dell’industriale: ho anche una soluzione più semplice, un banco di legno, una morsa e una lima per fare a mano chiavi inglesi. Credo che ce la possiamo cavare con 1 milione per posto di lavoro.

Questo per dire che, se si vuole, si fa presto a inventare del lavoro e a distribuire degli stipendi. Non avevamo già inventato i lavori socialmente utili (mano in tasca e sigarette in bocca) per guardare i vecchietti al parco?

Ma tutti sappiamo che contano i lavori che hanno un senso e che si collocano in avanti rispetto rispetto alla gamma delle possibili produzioni. Se facciamo solo cose vecchie, verremo superati dai paesi dove hanno già imparato a fare le stesse cose, ma con costi molto più bassi.

E noi, in questo momento, abbiamo allora un doppio problema.

1- Fare crescita, altrimenti non vedremo mai nuovi posti di lavoro “giusti”. E qui, fra le tante ricette, spicca la riduzione della pressione fiscale, per le famiglie e le imprese. In sostanza, bisogna lasciare più soldi nel mercato, togliendone allo Stato che fra i tre soggetti (famiglie, imprese e Stato) è per definizione il meno efficiente, probabilmente il più corrotto e il più lento.

2- Spostarsi “in avanti” con le produzioni. A parole è facile. Nei fatti molto meno. Alle spalle bisogna avere molta ricerca e una ricerca che non sia aristocraticamente chiusa nelle accademie. Inoltre, serve gente (banchieri e finanzieri) disposta a rischiare su business e prodotti nuovi. Senza questi ingredienti continueremo per l’eternità a fare salami e spaghetti. E qui bisogna fare attenzione: sono anni e anni che India e Cina provano a copiare la Silicon Valley e che non ci riescono.

 

Se tutto ciò è vero, noi come siamo messi? Oggi non benissimo. Far calare la pressione fiscale non è tanto semplice, visto che di soldi non ne abbiamo (sono già stati spesi da quelli che ci hanno preceduto). Quanto allo “spostarsi in avanti” non si saprebbe nemmeno da dove cominciare. Infatti se  invece di “spostarsi in avanti” scrivete “rischiare molti soldi”, dite la stessa cosa.

E la nostra è una comunità dove il gusto di rischiare si è un po’ perso (se sbagliate arriva la Guardia di Finanza o il Pm di turno). Infatti il maggior sindacato italiano pensa a una patrimoniale spaventosa con i cui proventi assumere poi mezzo milione di persone (probabilmente a fare chiavi inglesi con una lima). E gli industriali sono  a fare il solito loro lavoro: chiedono allo Stato sgravi fiscali e aiuti, ma in cambio non sanno nemmeno loro cosa dare, se non chiacchiere. I banchieri stanno cercando di salvarsi la pelle e certo non vogliono rischiare nemmeno un euro su qualcosa dal ritorno incerto.

Tutto questo per dire che uscire dal pantano nel quale siamo finiti da vent’anni non è una cosa semplice.

Forse, ci vorrebbe uno dieci volte più cattivo di Renzi.