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A Milano vince Sala, il nuovo che non c'era

Parisi gli ha insidiato il voto borghese, ma alla fine ha vinto.

di Giuseppe Turani |

Beppe Sala ha vinto e quindi sarà il sindaco di Milano nei prossimi cinque anni. Il nuovo inquilino di palazzo Marino è un milanesone di 58 anni che sembra disegnato per dirigere la sua città: laurea alla Bocconi, lavoro alla Pirelli e in Telecom, city manager con la giunta Moratti (per un anno e mezzo), poi passa alla presidenza di A2A (azienda pubblica lombarda di energia e servizi), infine dal 2013 viene nominato commissario unico di Expo. A febbraio 2016 vince le primarie e diventa quindi il candidato sindaco.

Vince anche questa volta e vince quella che per il Pd di Matteo Renzi è forse la sfida più difficile, per vari motivi.

1- Sala non fa parte della nomenklatura del Pd, è un professionista esterno che Renzi ha trovato adatto per fare il sindaco “moderno” del Pd.

2- A indicare Sala come candidato possibile non è solo Renzi, ma anche e soprattutto una figura storica della politica milanese, Piero Bassetti (democristiano, primo presidente della regione Lombardia e coscienza storica della borghesia milanese). Bassetti, che cinque anni fa, aveva indicato come gradito alla borghesia di Milano un sindaco come Giuliano Pisapia, sicuramente di sinistra, e avendo ragione, questa volta ha detto che la città stava con Sala, manager e persona per bene, un milanesone appunto. L’uomo giusto per guidare la “nuova Miano”, tomata al centro dell’attenzione europea e mondiale, proprio grazie all’Expo diretta da Sala.

3- E fin qui tutto bene. Sala viene dato come sicuro vincente. Ma c’è la sorpresa di Silvio Berlusconi, alla guida (stanca) di una Forza Italia sempre più marginale, ma proprio per questo più che deciso a riprendersi Milano. Contro Sala lancia anche lui un manager estraneo alla nomenklatura di partito: Stefano Parisi. Una sorta di copia di Sala, ma di destra e di livello.

4- A quel punto la corsa, per entrambi, si fa serratissima. Tutti e due hanno una storia personale per cui la borghesia milanese può solo apprezzarli, e quindi dividersi. E Sala, che all’inizio sembrava senza concorrenti seri, si trova a combattere con una specie di se stesso. La battaglia, a questo punto diventa vitale per Renzi: la scelta di un candidato come Sala (a cui ha manifestato più volte il suo gradimento) può costargli quella che lui ha lanciato come città-simbolo dell’Italia che vuole costruire, e cioè Milano.

5- Il giorno del ballottaggio il confronto si annuncia testa-a-testa. E, alla fine, vince Sala per una manciata di voti.

A questo punto, almeno l’operazione-Milano è andata in porto, grazie anche al sindaco uscente, Giuliano Pisapia, che molto lealmente guida quel che resta della sinistra-sinistra milanese al voto per Sala.

E quindi Renzi vince il confronto più difficile, quello milanese, quello che si gioca tutto dentro la modernità.

Le sconfitte, come a Torino, sono quelle in cui si sono fatte scelte diverse, in cui non c’è stato rinnovamento e in cui non si è riusciti a far sognare gli elettori.

Adesso nel Pd (si comincia venerdì) ci sarà un dibattito aspro sulle elezioni, con la sinistra-sinistra che cercherà di mettere sotto accusa Renzi. E lui avrà soprattutto una carta da sventolare, Sala appunto, il sindaco della città-simbolo, della  città dove il paese si giocherà il suo futuro. Lì, potrà dire, abbiamo vinto noi, comandiamo noi.

(Da "Tiscali.it" del 20 giugno 2016)