Uomini&Business - Direttore Giuseppe Turani

Il caos delle università

Ne abbiamo un centinaio, un grande spreco di risorse.

di Giuseppe Turani |

In questi giorni si ì parlato di una certa crisi delle università italiane, che cominciano a essere un po’ disertate dagli studenti (non si iscrivono). Allora bisogna porsi qualche domanda. La più importante è: ma queste università’ servono a qualcosa? Visto che abbiamo conquistato  fino a oggi venti premi Nobel, sembrerebbe di sì. La risposta si fa un po’ più cauta quando si segnala che (a parte Natta, credo, negli anni Cinquanta) tutti gli altri premi Nobel “italiani” sono stati conquistati da nostri connazionali in laboratori stranieri.

Rimane comunque accertato che abbiano una certa produzione di geni: la direttrice del CERN di Ginevra e scopritrice del bosone di Higgs (dopo mezzo secolo di ricerche), è un’italiana, Fabiola Gianotti. Uno dei massimi esperti mondiali della gravità quantistica a loop è un italiano, Carlo Rovelli, che i francesi hanno chiamato a dirigere un loro centro di fisica teorica a Marsiglia e a cui gli americani hanno dato una cattedra universitaria.

Potrei continuare a lungo: la gente veramente brava non ci manca. Ma le università italiane sono allora fantastiche? Mica tanto. Quelle statali sono una settantina, e almeno una quarantina quelle private. In media valgono poco (a parte i politecnici di Torino, Milano e Bari, vere perle). Anni fa durante un convegno a Como un professore dell’università dell’Insubria (esiste davvero) mi ha riassunto la situazione così: “Nel raggio di 50 chilometri da qui abbiamo ben cinque facoltà di economia. Ma non ce n’è nemmeno una che abbia qualche valore internazionale”.

E infatti non risulta che ci sia la fila di stranieri per venire qui a studiare. E nemmeno è diffusa l’abitudine di invitare docenti stranieri di chiara fama a insegnare qualcosa. In questo momento il maggior matematico del mondo è un italiano, Enrico Bombieri, ma gli americani se lo tengono ben stretto all’Institute of Advanced Study di Princeton, qui da noi si è visto molto poco, pur essendo di notissima famiglia milanese.

Le università italiane sono quindi da buttare? No, sul centinaio che possiamo contare, almeno la metà sono un po’ provinciali, ma buone. Gli studenti iscritti sono circa 250 mila.

E qui c’è la prima, inattesa, buona notizia: un terzo risulta iscritto a facoltà scientifiche, le uniche che oggi possano garantire un lavoro in Italia e nel mondo.

Nelle facoltà umanistiche (notissime  fabbriche di disoccupati a vita) risulta iscritto, per fortuna, un po’ meno del 20 per cento degli studenti.

Che cosa manca allora? Più severità, più meritocrazia, più rigore. E manca soprattutto una grande decisione politica. L’Italia non può mantenere cento università, non ci sono le risorse e è ridicolo. Sarebbe opportuno concentrare i fondi su poche (una decina al massimo) di università che hanno dimostrato di valere. Le altre, il più delle volte nate su pressioni dei boss politici locali, vanno semplicemente abbandonate al loro destino: se le comunità le vogliono, che se le paghino.