Uomini&Business - Direttore Giuseppe Turani

A MIlano sono spuntati i grattacieli

La città non è più quella di cinque anni fa. Adesso vuole fare grandi cose. Ritiene di avere un futuro.

di Giuseppe Turani |

Continuo a pensare che Beppe Sala dovrebbe essere il prossimo sindaco di Milano. E probabilmente lo sarà. Milano, rispetto a cinque anni fa, è molto cambiata. Allora, quando venne eletto Pisapia, non si navigava in acque tanto buone. E la città sembrava un po’ rassegnata a rimanere quello che era: un’ex capitale industriale, con un futuro incerto, e per di più percorsa dalle cattiverie leghiste.

Cosa ci si poteva aspettare da Pisapia? Quasi niente. Era la città intera che non aveva elaborato, e forse non lo ha fatto nemmeno oggi, un’idea compiuta di se stessa. Si viveva alla giornata. Ognuno cercava di sbarcare il lunario.

Il nuovo sindaco aveva, invece, una missione fondamentale: riportare un clima di serenità. Scacciare le tensioni razziali, che la Lega stava alimentando. Eliminare ogni sospetto di malgoverno. Intervenire nei casi di conflitto con buon senso. Tutto questo, oggi, sembra ovvio, allora non lo era.

La città, ad esempio, ha accolto molti immigrati e molti altri ne ha assistiti nel loro passaggio in città. E lo ha fatto sempre con grande spirito di accoglienza e senza nessun problema. Spesso, anzi, il buon clima cittadino è stato testimoniato dall’intervento della cittadinanza e dei volontari, che si sono mossi quasi sempre prima delle istituzioni. I due casi che mi piace ricordare (e che fanno di Milano una città speciale, più civile di altre) sono l’arrivo dei profughi siriani in Stazione Centrale e le devastazioni dei black bloc durante l’Expo.

Nel primo caso, dopo pochi minuti dal loro arrivo, i siriani sono stati circondati dai volontari milanesi con coperte, viveri, medicine, giocattoli per i bambini. Nessuno ha urlato, nessuno ha fatto manifestazioni. A parte la solita Lega, che cercava di diffondere l’idea che i siriani stessero portando in città chissà quale morbo. Naturalmente non era vero niente (stiamo ancora tutti bene, zero epidemie). Il comune, nel giro di poco tempo (qualche mezz’ora) ha messo su in Centrale un posto sanitario volante per assistere i profughi, con medici, infermieri, attrezzature, medicinali. E gli amici Informatici senza frontiere, senza essere chiamati da nessuno, sono andati nel “campo” dei siriani e hanno messo in piedi in pochi minuti un accesso a Internet via wi-fi per consentire ai siriani di mettersi in contatto con i parenti e gli amici sparsi in Europa o rimasti a casa.

Credo che in quell’occasione, comunque, abbiano fatto quasi più i volontari anonimi che le istituzioni. La città ha dato una buona prova di civiltà.

Quando poi ci sono stati disordini dei black bloc, all’appello di Pisapia (“Ripuliamo la città”) sono accorsi almeno in venti mila, con sacchi e scope. E hanno ripulito: sono bastate due parole del sindaco perché la gente uscisse di casa e si presentasse “al lavoro”.

Non fosse successo altro, già questo basterebbe a connotare che Milano, con Pisapia, si è confermata una città diversa: per bene, generosa, attenta ai meno fortunati.

Ma devo citare ancora almeno due altri fatti. Il primo è “la nuova Milano”, quella che è spuntata intorno a piazza Gae Aulenti. Certo, i progetti risalgono a anni prima, ma sono stati realizzati. E oggi la città ha un quartiere, un’area, modernissima e elegante, di livello europeo.

Il secondo fatto è quello che è successo intorno all’Expo. Non è un mistero che molti si aspettassero un flop. Le premesse c’erano tutte: ritardi, conflitti fra poteri, confusioni.

Invece, misteriosamente (Sala?), alla fine tutto è andato a posto. E la città ha scoperto di essere ancora in grado di fare cose grandi, di giocare partite importanti. Di prendere il suo posto fra le maggiori capitali europee. E infatti la Milano post-Expo è una Milano diversa. E’ una città che vuole il suo ruolo. Una città, ad esempio, in cui i manager e gli imprenditori stranieri vengono volentieri.

Oggi nessuno contesta il fatto che Milano sia diventata la città-guida della ripartenza italiana.

Tutto questo è stato fatto dai milanesi, ma anche un po’ da Pisapia, che è stato bravo nel riportare alla luce le doti di civiltà, di solidarietà e del “fare” della popolazione. In sostanza, Pisapia ci ha ricordato che questa è la città di Verri, del Cattaneo del “Politecnico” e di Beccaria, del grande illuminismo lombardo.

E Pisapia ha oggi un continuatore: Sala appunto. Fare scelte diverse vorrebbe dire tornare indietro. Vorrebbe dire fare ancora spazio ai deliri della Lega e di Forza Italia, di cui ci siamo liberati. Vorrebbe dire bloccare la città intorno a conflitti senza senso (via gli immigrati, via i rom, no alla moschea). Milano non deve misurarsi su queste miserie, che peraltro ha già accantonato. Milano deve produrre grande cultura, grandi affari e grandi rapporti con tutto il mondo. Questa è la sua missione.

Scegliere Sala come sindaco ha questo significato: si vuole andare avanti. Si vuole ribadire che oggi Milano è la città-guida italiana. E che non intende tornare indietro.