Uomini&Business - Direttore Giuseppe Turani

La scelta di super Mario

Di fronte a ombre crescenti sull'economia, la Bce ha abbassato ancora i tassi. Mossa corretta o si è lasciata influenzare troppo dall'isteria dei mercati? 

di Emilio Rossi |

di Emilio Rossi*

*Presidente EconPartners Senior Advisors Oxford Economics


L’economia mondiale è entrata nel 2016 in un clima di incertezza sui mercati finanziari e con la domanda globale in rallentamento rispetto alle attese. Le principali economie non europee (USA, Cina e Giappone) hanno presentato dati non esaltanti nell’ultimo trimestre 2015 mentre i paesi emergenti al di fuori di Cina e India sembrano aver ormai arrestato il loro ciclo espansivo con il Pil in crescita di appena l’1,7 per cento medio nel 2015.

Ad inizio d’anno l’effetto complessivo di una serie di fattori temporalmente concomitanti si è scaricato, anche sulla scia di reazioni emotive, sui mercati finanziari. Ancora una volta, nel mese di febbraio, sono state necessarie le parole rassicuranti di Draghi a rasserenare il clima.

Ad una analisi fredda e razionale dei driver economici, ci si rende conto che il momento economico a livello mondiale, pur con le ombre sulla crescita mondiale appena descritte, giustificava uno storno ma non l’accentuata volatilità di inizio anno. Pur nell’ambito di una ripresa economica ancora debole e con alcune situazioni critiche, lo scenario globale è stato sostenuto da fattori intrinsecamente positivi. Le Banche Centrali nel loro complesso continuano a garantire elevata liquidità al sistema bancario e all’economia. Il basso prezzo del petrolio e delle commodity rappresenta un beneficio per le maggiori economie pressoché tutte importatrici nette di risorse fossili e naturali. I paesi emergenti mostrano nel loro complesso un rallentamento della crescita ma pur sempre sostenuta dall’area asiatica, Cina e India in particolare, proprio i paesi dal maggior peso economico e demografico.

Resta comunque vero che nella seconda metà del 2015 le incertezze avevano progressivamente iniziato a prendere il sopravvento: a) negli Stati Uniti la crescita era rallentata, a causa della forza del dollaro e dell’abbattimento degli investimenti nel settore petrolifero; b) il Quantitative Easing (QE) in Eurozona e in Giappone si mostrava meno efficace di quanto preventivato dalle Banche Centrali; c) la Cina ha iniziato a sollevare timori sull’affidabilità dei dati ufficiali e sulla capacità delle autorità cinesi di guidare sia lo sgonfiamento della bolla immobiliare che il pianificato ribilanciamento tra investimenti e consumi privati. In sintesi, nella fase finale del 2015 l’economia reale globale mostrava qualche segno di debolezza rispetto alle attese ma pur sempre seguendo un percorso coerente con i fondamentali già noti.

Non è azzardato pensare che il nervosismo degli operatori e i programmi di vendita automatici abbiano giocato un ruolo fondamentale nel crollo di inizio 2016. In una economia in cui i mercati finanziari sono integrati a livello globale e in cui i flussi finanziari sono molto più ingenti di quanto sarebbe giustificato dall’import-export di merci e servizi, anche piccoli cambiamenti nelle aspettative provocano grandi spostamenti di capitali e una volatilità non coerente con l’andamento dell’economia reale. Nelle ultime settimane si è quindi palesato un rischio concreto che l’esagerata incertezza e la volatilità sui mercati finanziari intaccasse la fiducia di imprenditori e famiglie, e i dati di gennaio e febbraio hanno effettivamente confermato l’esistenza di questo rischio.

Questo quadro globale moderatamente positivo e dominato dall’incertezza presenta oggi per le prospettive dell’economia europea una serie di sfide che i numerosi conflitti interni (applicazione del Fiscal Compact, emergenza rifugiati, gestione del settore bancario) rendono di ancor più incerta soluzione. Nonostante il sistema produttivo e la domanda interna dell’Eurozona stiano mostrando segni di resilienza, le attese sono per un 2016 con un tasso di crescita del Pil inferiore all’1,5 per cento, almeno in uno scenario privo di shock esterni. La politica monetaria espansiva della Bce è probabilmente il motore principale della resilienza della domanda interna.

Finora il beneficio principale del QE europeo e dei conseguenti bassi tassi di interesse è stato il deprezzamento dell’euro, con conseguente attenuazione dei rischi di deflazione e di miglioramento della competitività di prezzo delle imprese, aiutando la bilancia commerciale e dando respiro alla produzione e all’occupazione. Nel 2015 il QE ha anche dato ossigeno alla sostenibilità e alla capacità creditizia del sistema bancario, migliorando il clima di fiducia delle imprese (a novembre ai massimi degli ultimi cinque anni) e delle famiglie, quest’ultima sospinta anche dal progredire dei livelli occupazionali.

Ma dall’inizio del 2016, i dati provenienti dal sistema bancario sul credito alle imprese e alle famiglie, e soprattutto i dubbi sulla solidità dei bilanci di un numero consistente di banche “sistemiche” (e non) hanno messo in moto un meccanismo di revisione al ribasso della sostenibilità del sistema bancario europeo.

Inoltre, la politica della Banca Centrale Europea non sta dando i frutti sperati proprio nei confronti di quello che è il suo obiettivo principe, ossia riportare l’inflazione dell’eurozona intorno al 2 per cento. Il crollo del prezzo del petrolio se da un lato aiuta la competitività del sistema produttivo e la capacità di spesa delle famiglie, sta rendendo l’obiettivo della Bce ancora più difficile da raggiungere e nel 2016 l’inflazione media nell’area continuerà a essere intorno allo zero.

È in questo contesto di alcune luci e molte ombre che si inserisce la decisione della Bce del 10 marzo di allentare ulteriormente le condizioni monetarie, con la riduzione ulteriore dei tassi di interesse e l’espansione del Quantitative Easing. La reazione iniziale dei mercati è stata molto positiva, soprattutto sul settore bancario. Non resta che sperare che Draghi abbia fatto la mossa giusta al momento giusto, ma è inevitabile nutrire un dubbio che la Bce si sia fatta influenzare troppo dalla isteria degli operatori dei mercati finanziari.