Uomini&Business - Direttore Giuseppe Turani

L'Avvocato in via Solferino

Forse ne avrebbe fatto anche a meno, ma Torino ha dovuto intervenire più volte in aiuto della Rizzoli.

di Giuseppe Turani |

di Giuseppe Turani

Il destino ha voluto che l’Avvocato Gianni Agnelli entrasse non una, ma tre volte nel Corriere della Sera. E non è nemmeno sicuro che ne avesse tanta voglia, tutte e tre le volte. E’ sempre stato spinto dalla necessità di tenere in vita la Rizzoli e quindi il giornale di via Solferino. La prima volta accade all’inizio degli anni Settanta, quando la proprietaria storica del giornale, Giulia Maria Crespi, cerca soci.

Ne trova solo due. Da una parte Gianni Agnelli e dall’altra la famiglia Moratti, che però, secondo un giudizio diffuso, agiva per conto dell’Eni. Si tratta di due soci che non si amano tanto (e forse non amano nemmeno Giulia Maria). Stanno insieme perché non possono fare altro.

Poi nel 1974 arriva la liberazione: si fa avanti Angeli Rizzoli, che aveva fondato un suo impero editoriale molto brillante, e compra tutto. Ci vogliono tanti soldi e quindi si stabilisce un pagamento a rate. L’Avvocato, comunque, esce dalla Rizzoli.

Per pagare la Fiat, la Rizzoli si mette nelle mani di Roberto Calvi, presidente del Banco Ambrosiano, e della P2, i cui esponenti, a partire da Bruno Tassan Din entrano in posizioni di comando nella casa editrice. In realtà, l’aiuto promesso da Calvi si rivela una truffa: i soldi ci sono, ma finiscono altrove. Non nella Rizzoli.

Quindi c’è di nuovo emergenza. Questa volta interviene una finanziaria molto titolata: la Gemina, nel cui azionariato è presente il meglio dell’industria italiana (Fiat compresa, ovviamente). E quindi l’Avvocato, attraverso questa finanziaria, entra per la seconda volta in via Solferino.

La Gemina, però, si rivela una società fra le più sgangherate del pianeta. Si scovano titoli nascosti sotto il pavimento e altri pasticci, e quindi c’è di nuovo crisi. Fino a quando si mette in piedi un altro sindacato azionario (Fiat, Mediobanca, Pirelli, ecc). E questa è la terza volta in cui l’Avvocato entra in Rizzoli.

In realtà, il legame è così stretto, si dice, che sul letto di morte Gianni Agnelli prega l’avvocato Giovanni Bazoli, presidente della Banca Intesa San Paolo, di sorvegliare affinché non accadano disastri. In sostanza, Gianni Agnelli conferisce un’investitura morale a Bazoli, il quale se ne farà forte per arbitrare i vari conflitti fra gli azionisti della Rizzoli. Possiamo considerare questo come una specie di quarto ingresso?

Ma adesso il suo nipote prediletto, quel John Elkann che guida la famiglia torinese, se ne va e anche gli altri soci importati (dalla Pirelli a Mediobanca) se ne andranno.

Come mai? La spiegazione è molto semplice: tutti hanno di meglio da fare. La Fiat deve consolidare la sua posizione come multinazionale dell’auto, e non è una cosa facile: i concorrenti sono tipi tosti. La Pirelli ha un identico problema di affermazione sui mercati internazionali e Mediobanca deve confrontarsi con le molte banche d’affari operanti in Italia. E bisogna anche aggiungere che a tutti questi soggetti comincia a importare quasi niente della politica italiana perché il grosso dei loro affari è altrove: non ci sono più aree da presidiare con giornali perché non ci sono più aree. Conta quello che accade in Cina o in America non  quello che si fa nella commissione industria del Senato. Sarà un caso: Fiat esce dai giornali, ma ancora prima era uscita addirittura da Confindustria e ha portato sede legale e fiscale altrove.

Nello stesso tempo, il rivale storico degli Agnelli, Carlo De Benedetti, rileva La Stampa e sembra essere il vincitore di tutta la partita giornali in Italia.

Ma è proprio così? In piazza Affari fanno notare che dal 1992 in avanti la Cir (la finanziaria dei De Benedetti), non è mai scesa sotto il 51 per cento del Gruppo Espresso, proprio per evitare il pericolo di scalate. Ma adesso, dopo gli accordi con Fiat, scenderà al 40 per cento: la società, cioè, è contendibile per la prima volta dopo un quarto di secolo. E infatti sul listino vola per questo: si può scalare. Non costa nemmeno molto: meno di 400 milioni di euro, tutto compreso (Repubblica, Espresso, giornali locali e anche Stampa). Se qualcuno volesse…

(Dal "Quotidiano Nazionale" del 4 marzo 2016)