Uomini&Business - Direttore Giuseppe Turani

Margaret Hamilton

A soli 34 anni scrive il software del Lem che porterà per la prima volta gli uomini sulla Luna. A pochi secondi dall'arrivo sulla superficie lunare c'è un guasto, ma il suo programma rimedia e tutto finisce bene.
(Nella foto: Margaret Hamilton accanto ai tabulati del suo programma)

di Giuseppe Turani |

Ma in qualche centesimo di secondo avviene il miracolo. Il computer di bordo del Lem riprende a funzionare normalmente e sta guidando, sicuro e preciso, il veicolo verso la Luna. Parte un applauso per Margaret, ma viene subito coperto dall’applauso molto più grande che saluta l’avvenuto allunaggio, alle 20,17 di Eagle. Nella sala controllo risuonano chiare le parole di Neil Amstrong: “Houston, Tranquillity base here. Eagle has landed”.

di Giuseppe Turani

Il 20 luglio 1969, poco dopo le 20,15, gli altoparlanti della sala controllo della Nasa trasmettono il messaggio più temuto delle missioni spaziali: “Houston, abbiamo un problema”. Chi ha un problema sono i due astronauti a bordo del Lem (ribattezzato Eagle) che sta filando verso la Luna per atterrarvi, per la prima volta nella storia dell’uomo. E quale sia il problema è chiaro anche a Houston: il computer di bordo, che deve portare il Lem sulla superficie lunare, è come impazzito. Per una serie di errori manuali sta ricevendo una quantità spaventosa di dati inutili che lo stanno mettendo fuori uso. Nessuno, di fatto, guida più il modulo lunare, che si è trasformato in una scatola di  metallo lanciata verso la Luna.

Gli uomini della Nasa a Houston alzano le braccia. Il Lem è ormai in corsa verso la Luna, nessuno può più fare niente, non c’è il tempo, mancano solo pochi secondi all’impatto. E poi non saprebbero nemmeno cosa fare. Tutti gli occhi allora si voltano verso una signora di poco più di trent’anni, Margaret Hamilton: è lei quella che ha scritto il software del computer impazzito. Che fare?

Margaret fa un segno per dire “State tranquilli” e poi dice semplicemente “Go”. Avanti con la missione come se non fosse successo niente. Il direttore di volo, Cliff Charlesworth, trasmette l’ordine ai due astronauti, anche se ormai teme uno spaventoso crash, la morte dei due astronauti e la fine dei sogni di gloria della Nasa e degli Stati Uniti d’America.

Ma in qualche centesimo di secondo avviene il miracolo. Il computer di bordo del Lem riprende a funzionare normalmente e sta guidando, sicuro e preciso, il veicolo verso la Luna. Parte un applauso per Margaret, ma viene subito coperto dall’applauso molto più grande che saluta l’avvenuto allunaggio, alle 20,17 di Eagle. Nella sala controllo risuonano chiare le parole di Neil Amstrong: “Houston, Tranquillity base here. Eagle has landed”.

Poi la storica passeggiata di Amstrong sul nostro satellite, la raccolta di materiale e il ritorno a casa.

Più tardi, in molti hanno rivisto le sequenze del 20 luglio 1969 e il commento è stato unanime: “Se abbiamo avuto la passeggiata sulla Luna e non pezzettini di astronauti sparsi sulla superficie lunare, il merito va tutto a Margaret Hamilton”.

C’è una fotografia, che è entrata nella storia dell’informatica e delle avventure spaziali, in cui Margaret posa accanto ai tabulati del software scritto per il Lem. Sono fogli di stampante impilati uno sopra l’altro: la colonna di carta è alta quasi quanto la stessa Margaret. Milioni e milioni di linee di programma.

Ma dentro quella quantità sterminata di istruzioni per il computer, Margaret aveva infilato una sorta di pacchetto salvavita. Aveva scritto alcune linee di programma molto semplici, ma che hanno salvato la missione e la vita dei due astronauti. Le linee di programma dicevano questo: in caso di guasti, malfunzionamento, interferenze di qualsiasi tipo il computer di bordo deve immediatamente sbarazzarsi di tutto ciò che non è essenziale per l’allunaggio, contano solo la velocità del Lem e la distanza dalla superficie, tutto il resto via, ci si penserà dopo. Tutte le risorse residue del computer in caso di guasto, devono essere concentrate su questo: l’allunaggio corretto.

Il miracolo avvenuto pochi decimi di secondo prima dell’impatto con la Luna, la ripresa del funzionamento del computer, si deve a quelle poche righe di programma e a Margaret Hamilton che aveva previsto la possibilità di incidenti.

Margaret è nata nel 1936 a Paoli nello stato dell’Indiana e si è laureata in matematica, ma ha fatto anche studi di filosofia. A un certo si è trasferita a Boston per seguire corsi di alta matematica, ma è finita a fare la programmatrice informatica (che allora non era nemmeno una professione vera e propria). E è stata scelta per guidare il team che ha scritto il software del Lem.

Con la sua impresa, la Hamilton ha ottenuto due risultati, oltre a salvare la missione, ha in un certo senso vendicato le donne, da sempre confinate a fare software perché giudicato un’attività secondaria, adatta a loro. Qualcuno ricorderà che persino a Los Alamos, nei laboratori da cui uscì la bomba atomica, c’erano le “calcolatrici”: ragazze che facevano, a mano, i calcoli richiesti dagli scienziati, i cui cervelli erano considerati troppo importanti per impegnarli a fare somme e sottrazioni. Con il software per la missione Apollo 11, Margaret ha dimostrato che le donne possono fare di meglio.

Inoltre, ha dato dignità al lavoro del software. Un lavoro che nell’era dell’informatica diventa essenziale: senza software anche il computer più sofisticato e complesso è solo un pezzo di ferraglia (che, non a caso, si chiama hardware, insegna di tutti i ferramenta americani).

Margaret in seguito ha aperto una sua società di software, ma voglio ricordare ancora due eventi. Il primo è il conferimento, da patte della Nasa, del premio Spazio Atc Award, con allegato un assegno di oltre 37 mila dollari: la più grande quantità di denaro mai assegnata in tutta la storia della Nasa a un singolo individuo.

Il secondo riconoscimento è stato il premio Augusta Ada Lovelace. La Lovelace (onorevole  contessa, era il suo titolo) era la figlia del poeta Byron e è nota per essere stata la prima programmatrice di computer nella seconda metà dell’800. Allora i computer non esistevano ancora, ma lei aveva spiegato esattamente come si sarebbe dovuto fare per programmarli. Al punto che molti anni dopo, quando il Pentagono decise di dotarsi di un nuovo linguaggio di programmazione valido per tutte le forze armate americane,  a quel linguaggio fu dato appunto il nome di Ada.

Il premio intitolato al suo nome dato a Margaret Hamilton costruisce una sorta ponte di solidarietà tutta femminile fra la prima programmatrice della storia e la più brava, un secolo e mezzo dopo.

(Dal "Quotidiano Nazionale" del 31 gennaio 2016)